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R Recensione

7/10

Lucio Battisti

Hegel

A Battisti piaceva viaggiare in direzione "ostinata e contraria", rimanere fedele sempre e solo a sé stesso, non demordere mai. In piena epoca post-'68 non faceva che parlare di cuori spezzati e di amori disperati, incurante dei fermenti culturali che ispiravano gli altri grandi autori dell'epoca (non era proprio così, ma è certo che fu tanto lontano ed indifferente alla politica quanto si poteva esserlo negli anni '70; il che non è necessariamente un bene, naturalmente, ma rimane un fatto).

Nel 1994, quando prende forma il ventennio del Cavaliere, quando le passioni pseudo-marxiste dei sixties sono morte e sepolte da un pezzo, decide di plasmare un lavoro difficilmente godibile, pieno zeppo di riferimenti cifrati alla dialettica di Hegel e alla filosofia in genere.

Compare Seneca con un frullatore in testa, c'è pure Eraclito, ci sono le "cataste scolastiche": insomma non manca nulla, in un caleidoscopio di rimandi a volte "importanti", più spesso utilizzati come semplici giochi linguistici.

E' difficile trovare qualcuno che ami "Hegel", e non nego che anche io, pur mettendo Lucio nell'Olimpo degli artisti che mi hanno cambiato la vita, non sempre digerisco le sue sonorità.

Il ritmo ha preso quasi completamente il sopravvento sulla melodia, tutto ruota intorno a figure ripetute in modo monotono e ipnotico. Le architetture sono sempre più inafferrabili, i testi perdono quasi ogni riferimento concreto, cercare un senso diventa obiettivamente impossibile: si sovrappongono immagini surreali, citazioni improbabili, intrecci inusuali e deformi, assonanze e dissonanze, reiterazioni e metafore che sconfinano nella provocazione pura.

Il non-sense si sublima in poemi frammentari che si contorcono per minuti, senza darti tregua.

Normale che un disco del genere non scaldi i cuori (è il sessantottesimo album più venduto dell'anno in Italia, fondamentalmente passa inosservato): il giocattolo pop si sgretola in mille pezzi, nulla ha più una direzione definita, Lucio sperimenta sè stesso e forse anche la pazienza dell'ascoltatore, pungolandola sino allo stremo.

Massacra la sua/nostra capacità di mantenere la concentrazione, mette alla prova la sua/nostra forza di volontà.

Normale anche che un lavoro così abbia diviso la critica.

Da una parte chi vede solo un gesto provocatorio, l'equivalente di alcune opere d'arte che negano il concetto stesso di arte, un'opera priva di vero significato "musicale".

Dall'altra, chi non esita a gridare al colpo di genio: Lucio ha lanciato l'ennesima sfida, ha creato una forma d'arte puramente concettuale, tanto inestricabile quanto affascinante, massacrando tutte le convenzioni stilistiche e tutti i dogmi della musica di consumo

Fra i secondi anche Anna Lessi, lettrice d'italiano presso l'Università di Tubinga: conquistata dai testi di Panella, arriverà a definire Hegel un'operazione culturale di grande portata storica.

Io non riesco a scegliere, perché se il cuore adora (e rimpiange un po') le creazioni del passato, la mente non può che inchinarsi davanti ad una concezione tanto coraggiosa e radicale.

"Hegel" è un concetto puro che prende forma, senza curarsi troppo di piacere, anzi di essere piacevole, di essere afferrato e amato: "La moda del respiro", per dire, è l'equivalente di un incubo ambientato in un giardino di vetro.

Tutto è surreale e impalpabile, eppure ti stordisce, sembra volerti atterrire.

"Almeno l'inizio" ha un ritmo esuberante ma addentrarsi nel suo labirinto è pericoloso, perché si rischia di trasformarsi in pura aria, si giunge a masticare il vuoto.

"Hegel" e "Tubinga" traboccano di para-riferimenti filosofici incomprensibili e per questo ancor più stupefacenti, e musicalmente sfuggono a qualsiasi tipo di catalogazione.

"La bellezza riunita" riesce invece a riproporre un frammento, quasi inintelligibile, di melodia, ed è impreziosita da un testo di grande fascino ("Mi apparisti vestita/ E più carpita da me/ Più che tu non lo fossi/ Misurarti la vita/ Mi pare proprio che sia/ Tutto quello che posso/ La bellezza riunita").

"La voce del viso" è un'interessante commistione fra le navate di ghiaccio originate dalle sonorità elettroniche e la forza espressiva deviata delle liriche.

Andare oltre era impossibile. il concetto di musica, di pop, di canzone, viene strappato, sventrato, sottoposto ad una seduta di elettroshock senza precedenti.

Sarà l'ultima impresa, in ogni caso: prima verà il silenzio, e poi una grave malattia porrà fine ad una carriera leggendaria e senza eguali anche e soprattutto per quanto riguarda il suo inusuale, atipico sviluppo.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 11 voti.
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mendustry 8,5/10
gramsci 7,5/10
zagor 8/10
belo 9/10
Lepo 9/10

C Commenti

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mendustry (ha votato 8,5 questo disco) alle 9:14 del 29 aprile 2013 ha scritto:

Trovo questo disco magnifico...

Marco_Biasio alle 13:34 del 8 maggio 2013 ha scritto:

Sono da sempre morbosamente attratto da questo Battisti cervellotico, ostico ed "underground" degli ultimi dischi, ma non ho ancora avuto tempo di dedicarmi compiutamente a questi dischi che, invece, di tempo ne meriterebbero, e parecchio. Nel frattempo grazie per avermelo ricordato.

dolcesogno (ha votato 10 questo disco) alle 0:21 del 26 maggio 2014 ha scritto:

Un grande disco... stupendo... il suo testamento.

Stanze come questa: è il brano che più apprezzo e poi il coro (2:02) di un crescendo infinito!

Zorro085 alle 15:04 del 16 marzo 2015 ha scritto:

E' un piccolo capolavoro,magico impalpabile,etereo,sublime

zagor (ha votato 8 questo disco) alle 15:07 del 16 marzo 2015 ha scritto:

"tubinga" sembra quasi un pezzo jungle, avercene roba così e artisti capaci di arrivare così lontano nelle loro esplorazioni....ottima la recensione!

Lepo (ha votato 9 questo disco) alle 18:05 del 3 dicembre ha scritto:

Uno dei vertici di Lucio, probabilmente il suo album più incompreso. 'Stanze come questa' tra le mie canzoni italiane preferite di sempre.