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R Recensione

7/10

Lucio Battisti

La Sposa Occidentale

Come si fa a recensire “La Sposa Occidentale” senza perdersi?

Non credo sia possibile, perché i dischi bianchi sono una cattedrale nel deserto, forse una provocazione bella e buona, di certo una realtà tanto affascinante quanto indecifrabile.

Lucio era pura emozione e risulta inspiegabile come sia potuto arrivare a scrivere e interpretare musica che vuole essere tanto razionale, asettica e poco emozionante in senso classico (in questo, senso, la copertina è un indizio importante).

La Sposa Occidentale” è interessante, spiazzante e fuori da ogni logica, questo sì, ma certo (per la quasi totalità degli avventori) non coinvolgente.

E non azzardo paragoni con “29 Settembre”, ma neanche con i lavori immediatamente precedenti.

Il bello è che, esattamente come “L'Apparenza”, il lavoro pubblicato nel 1990 è “solo” un ulteriore, piccolo, tassello. Il blocco di partenza che prepara l'ennesima fuga solitaria. La celebrazione di sé stesso e al contempo la negazione di tutto ciò che quel nome e quel cognome rappresentano da una vita nell'immaginario collettivo.

Poco importa che un discreto successo di pubblico e di critica arrida alla title-track, perché è un fuoco di paglia. Questi non sono pezzi che possono passare in radio, e il fatto che li abbia concepiti e pubblicati l'autore radiofonico per eccellenza è quantomeno bizzarro.

Lucio sembra animato da una determinazione feroce che lo induce a portare a termine un progetto a suo modo folle e ai più incomprensibile, che consiste nella demolizione, a colpi di piccone, di tutti i dogmi e di tutti i canoni della canzone italiana.

La produzione di Walsh e l'egida della Cbs (per una volta, Battisti si allontana dal calore domestico – leggasi Numero Uno) contribuiscono al processo di radicale e consapevole decostruzione.

Panella e Lucio fanno il resto.

Il primo si diverte a deformare la logica e la sintassi, parlando di amore e di relazioni umane controverse (il tema, sotto sotto, è sempre quello) con la stessa passione di un martello pneumatico. I suoi giochi di parole e i suoi non-sense si muovo a passi svelti verso la fantasia delirante, credo che Joyce ne sarebbe orgoglioso (ma qui c'è un disegno di fondo che esclude ogni stream: Panella si comporta come un pazzo lucidissimo).

Il secondo rinuncia quasi ovunque ad archi e arragiamenti sontuosi per dedicarsi al ritmo: funk, hip-hop, techno e house, new wave. Tutto riassemblato a piacimento in pezzi stranianti eppure ancora vitali e che, poco a poco, rivelano la propria insondabile, inafferrabile magia.

Ecco, sì, posso dire di essere fra le poche persone che, dopo un tot di ascolti, dopo l'enorme scetticismo iniziale, riescono a trovare in qualche modo non solo interessanti, ma anche (giusto un po') emozionanti queste canzoni (e in questo vado contro le stesse intenzioni dell'autore).

La Sposa Occidentale” è in questo senso un piccolo capolavoro: vorrebbe freddarti eppure, incredibilmente, ti conquista. Il testo è fra i più divertenti e riusciti dell'intero catalogo panelliano: narra con ogni probabilità delle acrobazie e delle alchimie del protagonista, che non rinuncia all'idea di conquistare l'amata.

La sposa occidentale che sembra quasi ridere / E invece lei respira / Quasi piangere / Ma gira” è forse il verso più celebre del lavoro e mi sembra giusto citarlo, perchè ne racchiude l'essenza lirica.

Tu Non Ti Pungi Più” è animata da una discreta allegria, mentre gli incastri ritmici si fanno sempre più articolati e robotici.

Anche “Timida Molto Audace”, con i suoi ariosi schemi armonici, ha un'atmosfera quasi spensierata. “Campati In Aria” è invece caratterizzata da una ritmica costante in 4/4, scandita dai sintetizzatori, e si avvicina con decisione all'universo techno-pop. Pensandoci bene, chi azzardava esperimenti del genere ai tempi, in Italia?

Potrebbe Essere Sera” è, con la title-track, il capolavoro del disco, perchè conserva un'anima e sovrappone immagini surreali e bislacche ("Potrebbe essere sera/ Potrebbe essere una sera// Alabastrina/ Con le sue venature/ Ed una serpentina”) ad una melodia che in qualche modo riesce ancora a farsi ascoltare e memorizzare (sì, qua e là si intravede ancora un'anima chiaramente pop).

Intendiamoci, un lavoro del genere non è esattamente il disco da mettere in macchina il sabato sera per farsi due risate con gli amici, né è facile addentrarsi nei suoi meccanismi e nelle sue logiche prive di logica. Eppure, credo valga la pena cimentarsi con la sua impressionante energia cerebrale: se Lucio in passato ha saputo farsi amare, qui ci chiede solo stupore e ammirazione.

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Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 9 voti.
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C Commenti

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dissonante (ha votato 8 questo disco) alle 22:58 del 21 aprile 2015 ha scritto:

Basterebbe un brano come "i ritorni" per proiettarlo senza discussioni nell'Olimpo. Applausi e basta.

tramblogy (ha votato 9 questo disco) alle 9:25 del 5 marzo 2016 ha scritto:

quando torni??

dissonante (ha votato 8 questo disco) alle 15:52 del 26 ottobre ha scritto:

Riascoltando questo disco dopo tanti anni, mi rendo conto di quanto sia stato (e sia tuttora) sottovalutato. E' veramente uno vertici non solo della produzione battistiana, a direi della musica italiana italiana in generale. Un'opera che nel 1990 arrivava direttamente dal futuro, dove riecheggia come un'eco lontana di un passato di bellezza e di felicità perduta. In tutte e 8 i brani vi sono dei momenti, dei passagi, a volte degli scarti inattesi che non saprei definire in altro modo se non sublimi. Impossibile qui trovare una traccia debole o malriuscita, siamo davanti a una sfilata di 8 perle lucenti. Tra tutte, mi emoziona grandemente il finale di "Timida molto audace", dove le antiche melodie battistiane risuonano quasi in una luce delicata, di tramonto, di nostalgia composta, di saluto sereno alla vita. Non riesco ad ascoltarla senza commuovermi. Grande Lucio, immenso, mi accorgo sempre più che sei stato il più grande di tutti.