R Recensione

8/10

Vijay Iyer

Far From Over

Vijay Iyer è un personaggio difficile da incasellare: studia jazz da una vita, è un profondo conoscitore delle dinamiche della musica colta contemporanea, ha trascorso l'infanzia in compagnia di Bach e Bartok, adora l'hip hop più evoluto, insegna ad Harvard.

Il nome impronunciabile rivela origini indiane (parlo dell'oriente, naturalnente), e le influenze sbandierate rivelano un'attitudine onnivora non sempre digeribile per colleghi e critici. In una recente intervista, il pianista indoamericano ha stigmatizzato alcuni dogmi di fondo della letteratura e della storiografia del jazz, a mio avviso del tutto correttamente.

Da un lato musicisti ed esperti persistono nel promulgare concetti ai limiti dell'offensivo per i musicisti afroamericani, parlando di ritmo naturale, di predisposizione genetica per un approccio genuino, informale e carnale; d'altro canto, si attribuisce de plano ai jazzisti di origini diverse un'attitudine più rigorosa, una maggiore intelligenza critica depotenziata però da un approccio ipermeditato e privo della relazione organica con il presunto spontaneismo del “vero jazz”.

Assurdità impilate in serie, che trasformano Iyer (in quanto di origini indiane) in un musicista – naturalmente – affine a un certo spiritualismo, ma nel profondo radicalmente cerebrale, logico, schiavo della matematica e dei suoi schemi. Come dicevo, assurdità: non serve che Iyer ricordi quanto i grandi afroamericani del jazz fossero anche (e a volte soprattutto) ossessivi nello studio della musica, delle sue strutture, delle sue regole e dei loro limiti. Le radici africane avevano e hanno un peso, senza dubbio: ma troppe persone che orbitano intorno al mondo del jazz (specie negli Stati Uniti, dove le questioni razziali rivestono sempre un ruolo cardinale) sono schiave di dogmatismi divenuti oggi e nella migliore delle ipotesi arbitrari o più vecchi del jazz stesso.

Iyer non nasconde la sua profonda cultura né le ambizione colte, ma incasellarlo come jazzista intellettuale in quanto indoamericano è una colossale sciocchezza. Anche solo per i numi tutelari che il pianista cita ripetutamente: Braxton è afroamericano ed è fra i musicisti più radicali, dal punto di vista concettuale, che il '900 (e anche il nuovo millennio) abbia conosciuto. Steve Coleman, altro maestro, è un gigante accusato a più riprese di trasformare la fusione fra jazz e hip hop in un virtuosistico esercizio di stile. E, ça va sans dire, era black. Kamasi, per arrivare ai giorni nostri, cerramente possiede un'irruenza coltraniana, ma d'altra parte – proprio come John – studia a fondo la geometria della musica.

Iyer si colloca nel filone contemporaneo che tende alla costruzione di un jazz totale. Collocare in modo puntuale sulla cartina della musica jazz il suo pianismo è difficile: il musicista ha infatti coniato un linguaggio personale, al crocevia fra un certo classicismo contemporaneo (Bartok in primis), la libertà espressiva di un McCoy Tyner (il tocco secondo me presenta affinità evidenti),il radicalismo concettuale dell'AACM (Richard Abrams, Braxton, Roscoe Mitchell), una conoscenza profonda dei quarant'anni di hip hop che abbiamo alle spalle (le strutture ritmiche più rigide vengono aperte e dilatate alla stregua di quanto combinava illo tempore Steve Coleman), un amore conclamato per la musica pop (Michael Jackson, Prince) ed elettronica (Iyer cita musicisti IDM senza battere ciglio, ha collaborato con Flying Lotus e qui usa con misura gli strumenti elettronici).

I suoi collaboratori non sono da meno: Steve Lehman è un sassofonista di primissimo piano, figlio della scuola di Chicago, spigoloso, concettuale, capace di ideare linee complesse a cascata che stanno a metà strada fra Shorter, Steve Coleman e Braxton, irrobustendole con dosi massicce di hip hop (qui dà il meglio nella straordinaria “Good on The Ground”, vero saggio di lehmanismo al sassofono contralto).

In “Far From Over” i due sono affiancati da altra gente di vaglia, specie nella sezione dei fiati. Il batterista ricorda i virtuosi di genio dello strumento, e infatti cita Tony Williams come padre spirituale: sembra possedere più cervelli che lavorano in contemporanea, muovendo la musica su piani diversi. Iyer dice che Sorey sembra “consapevole di tutto ciò che accade nell'universo”.

Un'analisi approfondita dei singoli brani richiederebbe ore: qui mi basta ricordare che la presunta astrusità intellettuale di Iyer viene clamorosamente smentita dal lirismo (certamente cerebrale, ma profondo) di “Threnody”, che inizia con un lungo solo del piano puntellato da morbidi rintocchi dei piatti e si distende in un solo cristallino di Mark Shim al sassofono tenore (il suo stile caldo e lirico bilancia il raziocinio sferzante di Lehman: diversi ascoltatori hanno avvertito un'eco di Coleman Hawkins); oppure che “Poles” è degna del quintetto di Miles Davis per corposità e vastità delle idee. Musica per la mente che risuona in ogni parte del corpo.

Altrove la dimensione astratta evoca scenari post-rock (o meglio, post-jazz) dalle coloriture impressioniste: “Wake” ha a che fare con le idee degli Spring Heel Jack.

Down To The Wire” omaggia la storia del trio jazz (piano, contrabbasso, batteria) ed è un distillato dell'eclettismo di Iyer, capace qui di muoversi con disinvoltura su piani diversi, conservando una solida coerenza discorsiva. La title-track è un fulgido esempio di post-bop contemporaneo, che si avvale anche del contributo decisivo del flauto e della cornetta di Haynes, e gioca sui botta e risposta serrati fra gli strumenti a fiato.

Far From Over” è un'opera tanto complessa quando leggibile e godibile per chiunque mastichi un po' la materia. Evita di sconfinare nella pura avanguardia e si tiene a debita distanza dall'oleografia. 

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VDGG alle 10:11 del 4 dicembre ha scritto:

Sicuramente un musicista molto interessante.

Marco_Biasio alle 11:46 del 5 dicembre ha scritto:

Gran bel saggio-recensione, ascolterò il disco a breve. Del catalogo ECM di quest'anno ho apprezzato particolarmente Daylight Ghosts di Craig Taborn.

FrancescoB, autore, alle 8:55 del 6 dicembre ha scritto:

Ricordo che me lo avevi segnalato Marco, devo ancora recuperarlo...Taborn è un musicista che apprezzo da sempre