Bad Brains
Rock for Light
Esiste un genere più “bianco” del punk?
Credo di no. Prendiamo la scena hardcore in America: esprimeva una visione del mondo e della politica alternativa, di stampo anarcoide; i suoi fautori trattavano tematiche fra le più complesse e profonde di tutto il rock, a dispetto dall'età quasi puberale; le band si schieravano senza timori, adottando chiare prese di posizione anti-razziste e mostrando così una coscienza politica e sociale ben superiore alla media, al di là della fascinazione per teste rasate e simbologia ambigua.
Eppure, praticamente tutti gli artisti cardine del genere erano e restano pallidissimi: l'America Nera, in quegli anni, guardava altrove. Viveva sulle piste da ballo, oppure nei Bloc Party dei quartieri malfamati, dove si iniziava a guardare con interesse a MC e DJ.
Quindi, a cosa è dovuto il “praticamente” suddetto? In realtà, esclusivamente all'esistenza di una band della Grande Mela, formidabile ed imprescindibile sotto ogni profilo (tecnico, storico, compositivo, mettiamoci ciò che vogliamo) e composta da quattro fenomeni della musica dalla pelle nera come il carbone (che all'epoca, prima di molteplici cambi di formazione, erano Dr. Know, H.R., Earl Hudson e Darryl Aaron Jenifer)
Don King dice che certe cose possono accadere solo in America: e come dargli torto! I Bad Brains sono una band di afro-americani, che in gioventù stravede per jazz e funk e cresce a dosi massicce di Weather Report; verso la fine del 1977, tuttavia, i ragazzi si convertono improvvisamente ad una nuova religione, musicale e non, quando scoprono un gruppo inglese (tali Clash), e quindi il punk, il reggae e la religione rastafarian. Robe da pazzi, qui si rovescia la logica più elementare: afro-americani che si convertono al rastafarianesimo grazie a quattro ragazzini inglesi! Ma questa è l'America, questo è il rock, il sogno troppe volte infranto e disilluso che però, ogni tanto, riesce nell'impresa di compiere qualche miracolo.
Già, miracolo, perchè quando si nomina i Bad Brains, questo è l'unico termine appropriato. Quantomeno se si parla di “Rock For Light”, versione remixata, arricchita e riedita del precedente “Bad Brains” (datato 1982).
Il lavoro è il testamento definitivo di una lunga fase della carriera della band, in quanto viene pubblicato dopo anni di spasmodica attività concertistica, fra risse, rivolte e degenerazioni varie; vede la luce quando il nome della band newyorkese già da tempo è sulla bocca di tutti gli appassionati, dopo che miriardi di Kids, ispirati dai quattro folli, hanno deciso di formare una band nel garage di casa e di provare ad usare chitarre, bassi e batterie.
I Bad Brains erano un miracolo perchè nessun altro, in ambito punk ed hardcore, ha mai saputo utilizzare i propri strumenti con tanta classe, leggiadria, competenza e pure originalità: i cervelli cattivi erano quattro musicisti inarrivabili dal punto di vista tanto compositivo quanto esecutivo, capaci di nobilitare il genere “povero” e “stradaiolo” per eccellenza; risultavano talmente sbalorditivi da essere fuori dalla portata di tutta la concorrenza, sotto questo profilo, per lo meno sino all'epoca del “post-tutto”, ovvero sino al debutto di gente come i Jesus Lizard ed i Drive Like Jehu.
Ma torniamo al 1983, torniamo a “Rock for light”. Il disco è fondamentale e straordinario perchè condensa in 20 pezzi un intero universo musicale, che di fatto riedifica dalle fondamenta, esasperando sì velocità ed aggressività dei suoni, ma nel contempo arricchendo e curando in modo ossessivo la fase esecutiva, sperimentando complesse architetture ritmiche e fraseggi imprevedibili, introducendo una maggiore complessità nelle armonie; e miscelando poi il tutto con dosi massicce di adrenalina pura, in una dimensione “mistica” di regola aliena al genere.
Ma non è tutto: colmo dei colmi, Dr.Know e soci stemperano qua e là la tensione con canzoni che sono un omaggio alla Giamaica, a Bob Marley e a tutta la religione Rasta: sbaglia che ritiene che i Bad Brains abbiano coniato un hardcore che guarda al reggae; in realtà, la band di New York, nel disco del 1983, sviscera tutte le possibili letture dell'hardcore punk, elevandone le singole componenti all'ennesima potenza, e guarda pure, ma in separata sede, alla musica caraibica.
Indi nessun minestrone, ma soltanto due realtà ben distinte e tanta, tantissima carne al fuoco. Sarà il successivo “I Against I” a virare con decisione in direzione crossover, aprendo la strada a tutti i Faith No More che verranno.
Ma qui siamo ancora in pieno territorio hardcore-punk: “Big takeover” è un girone infernale che maciulla tutto lo scibile umano al ritmo di un hardcore delirante e forsennato. H.R. urla con la grazia di un Prince che doppia i Ramones in versione death metal; il suo approccio è particolarissimo e davvero inimitabile ed infatti inimitato, vanta un tono simil- infantile eppure “nerissimo”, quasi una fusione astrusa fra la mellifluità del soul e la ferocia del punk, con tanto di vischiosità alla Jagger o Iggy Pop.
Doveroso citare anche la celeberrima “Banned in D.C.”, che evoca le difficoltà della band nel trovare locali dove esibirsi, dovute per lo più alla violenza scatenata dai loro concerti.
Trattasi di pezzo che condensa in poco più di un minuto tutta la feroce perizia di Dr.Know, la vera mente del gruppo, autore di quasi tutte le composizioni, chitarrista autodidatta che demolisce il calore groovy del funk con dosi pesantissime di hardcore miniaturizzato, strizzando l'occhio pure a certe deflagrazioni speed-metal del futuro prossimo. “Sailin'on” è per chi scrive il capolavoro del disco e dell'intera carriera della band, un vortice apparentemente senza capo nè coda che ricicla uno schema ritmico peculiare senza sosta, senza che si possano tracciare linee fra strofe ed inciso, il tutto frullato alla velocità della luce.
Fra le canzoni reggae, la palma della migliore va a “I and I survive”, riflessione di matrice filosofica ricca di speranza ed ingenuamente edificante, come solo un inno “populista” riesce ad essere: “And why must the rich man keep on hoarding all his money. And why must the this poor man, my living ain't very funny. No, not I. I and I would never try. No not I. I and I would never try, try to live that way. And what did Jah show them. I and I survive. They tried to stop this nation. But I and I survive. To chant down creation, I and I survive. And once again a nation”
Non si creda che i pezzi non citati in questa sede siano meno meritevoli: in realtà, è difficile trovare una singola nota fuori posto in un lavoro di questa portata, che moltissimi appassionati (si pensi a Steven Blush, autore di “American Punk Hardcore”) non esitano a collocare ai vertici del genere, accanto ad altre perle del calibro di “GI”, “Damaged”, “Milo goes to college”.
Il disco si chiude sulle note incendiarie di “At the movies”. Lasciando l'impressione che si sia trattato, in fondo, di un'allucinazione, di un momento di delirio collettivo. E forse i Bad Brains hanno fatto proprio questo, hanno tradotto in musica sapienza e follia, coniugato la professionalità e l'eleganza della tradizione nera con la ferocia del punk americano, hanno sposato le elucubrazioni ingenue ma molto affascinanti delle fanzines e degli adolescenti disadattati con la metafisica del reggae e della musica africana. Il risultato è qualcosa di talmente dirompente che ancora oggi lascia esterefatti.
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