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R Recensione

9/10

Pharoah Sanders

Karma

Polillo dice che Farrell Pharoah Sanders ha introdotto una "nota terrena" nel linguaggio astratto e polimorfo di John Coltrane, e non me la sento proprio di dargli torto.

Anzi, aggiungo che il sassofonista è forse il miglior discepolo del genio che ha dato una sferzata alla musica jazz, scalzando nel giro di pochissimi anni Charlie Parker da quel ruolo di guida spirituale ed estetica che rivestiva da quasi un ventennio.

Di più: Sanders merita forse il titolo di primus inter pares. E' l'unico seguace capace di confrontarsi con John Coltrane senza timori reverenziali, instaurando un rapporto dialettico fondato sul dialogo, sul reciproco ascolto, sulla reciproca stima.

Fu lo stesso Coltrane a riconoscerlo e a riconoscerne il valore, anche per facta concludentia: il rituale orgiastico di "Ascension" non sarebbe altrettanto grande, senza l'apporto del sassofonista di Little Rock. Il suo sound intenso, ubriacante e contorto ha stregato altri giganti: Ornette Coleman, che non esita a definirlo il numero uno in assoluto dello strumento; prima ancora Sun Ra, creditore anche del nome d'arte scelto da Farrell ("Faraone"); quindi Carla Bley, che gli riserva un ruolo di primo piano nella sua poliedrica orchestra.

Veniamo al dunque: il mistico "Karma" vede la luce nel 1969, quando la rivoluzione free jazz ha già regalato (quasi tutti) i frutti migliori e quando si profilano commistioni con la chitarra elettrica e con il basso pulsante del funk (Herbie Hancock, il Miles di Bitches Brew, i Weather Report).

Pharoah non si scompone e rimane fedele ai canoni estetici che lo hanno reso un modello di riferimento: sheets of sound giocati su semicrome e tempi allucinati; dissonanze e intervalli inusuali; una naturale propensione per il misticismo e per le religioni orientali, che diventano tema portante dell'opera (il Karma indica lo scopo, l'azione mirata a conseguire un risultato); quindi la metafisica, redenta però da quella famosa "nota terrena", incapace di vaporizzarsi completamente; infine, intricate trame sonore ricavate da una semplice successione di accordi, che sfruttano l'immobilismo delle armonie modali per suonare irrisolte, incompiute.

Altro dettaglio fondamentale: la passione per il suono in quanto tale. Come John Coltrane, e altri grandi della New Thing, Sanders si allontana dai parametri architettonici del jazz classico: niente assoli contrapposti e tempo regolare, niente improvvisazioni che ruotano intorno a uno schema predefinito, niente successioni intellegibili di accordi, nessuna riverenza per il pubblico, e che si fotta Jim Crow.

Dentro il suono puoi costruire il tuo mondo: il sassofono diventa una propaggine del corpo, la divisione fra musicista e uomo cade sotto i colpi di note furenti e saettanti, l'equivalente del feedback di chitarra nella musica rock.

In altre parole, musica noise ante-litteram: solo che qui si rischia il rapimento, l'ascesi, l'apoteosi per un cervello sottoposto a una sorta di di Cura Ludovico in versione celestiale.

Sanders letteralmente esplora il suo sax, alla ricerca di tutte le sue possibilità timbriche ed espressive: un fragore da martello pneumatico si alterna a sovracuti, multifonie, tecniche particolari quali l'overblowing.

E la terra sotto i piedi si mette a tremare, schiacciata dal peso di grida quasi umane animate da un vigore che invece di umano ha molto poco (la dirompente energia di Sanders se la gioca con quella del maestro).

La tonalità va in frantumi e con lei tutte le regole della buona musica occidentale: ora contano solo la fantasia del musicista, l'intreccio fra le sue capacità tecniche e la sua ispirazione, il guizzo che mette a soqquadro la regolarità delle armonie. Il flusso sonoro diventa inarrestabile e sfiora l'astrazione.

"Karma" sublima e interiorizza questi concetti in un raga liberatorio, tanto che suona un po' come il sequel di "A Love Supreme", lambendo vette simili in termini di lirismo e di depravazione sonora.

E infatti "The Creator Has a Masterplan" è un classico, che diventa rapidamente una specie di standard, coverizzato a suo modo anche da vecchie canaglie come Louis Armstrong.

Trentadue minuti di improvvisazione che sviluppa in ogni direzione possibile il tema centrale (costruito su due accordi-due), dopo una introduzione in cui le sonorità del sassofono sono tanto ribollenti da avvicinarsi al concetto di delirio.

La musica di Pharoah ha un impatto fisico che porta allo stordimento, e l'ensemble che lo accompagna non è da meno: Thomas (autore del testo) alla voce recita e canta un mantra ossessivo ("The creator has a master plan/ peace and happiness for every man/ The creator has a working plan, peace and happiness for every man/ The creator makes but one demand, happiness through all the land"), mentre i musicisti stendono un tappeto esotico e variopinto (flauto, corno francese, due bassi, percussioni varie, anche di origine africane e orientale).

Le scorribande sonore del tenore disegnano il cielo, il panorama è colorato dalle oscillazioni multicolor della musica, il misticismo diventa carne.

"Colors" è il felice, breve commiato, altrettanto pulsante e vitale. Anche qui Thomas e la sua voce nerissima contribuiscono alla riuscita dell'operazione.

Il jazz raramente tornerà a sondare questi territori, a materializzare un grido di questa dimensione espressiva, nonostante la carriera di Pharoah sia quella di un gigante.

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Voto degli utenti: 9/10 in media su 4 voti.
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loson 8/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Paolo Nuzzi (ha votato 9 questo disco) alle 14:23 del 17 febbraio 2015 ha scritto:

Il vero discepolo di Trane, o, quanto meno quello più affine al suo linguaggio. Lo spirito santo però è Ayler, ne converrai. Comunque ogni disco impulse! Del faraone e' fantastico. Io impazzisco anche per "jewels of thought" nonché lo stellare "Thembi". Mille volte bravo, ad usual.

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 23:30 del primo dicembre 2016 ha scritto:

E cazzo...che disco!