Verlaine
Rivoluzioni A Pochissimi Passi Dal Centro
È che spesso, al primo ascolto, mi sbaglio.
E poi, sinceramente, il fatto che una band all’esordio discografico possa permettersi una produzione coi fiocchi targata Perturbazione (Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele), il canto di Tommaso Cerasuolo (sempre Perturbazione) e dell’indimenticata Lalli, voce dei mitici Franti, se da un lato mi fa esultare, dall’altro mi puzza di raccomandazione. È un grave limite, la superficialità. Una passata distratta in cuffia, la lettura di un articolo del Tgcom (!) che parla di loro, e i Verlaine son già bollati: tedio, amore, lacrimucce e noia.
Se invece avessi terminato di leggere quell’articolo, avrei notato la firma di una giornalista che stimo moltissimo, se avessi ascoltato ciascuna sfumatura di colore di questo fragilissimo album non mi sarei perso la malinconia di certi tramonti di fine estate, fossi stato sensibile e predisposto alla poesia semplice delle immagini scaturite dalla penna di Daniele Rangone (testi, chitarra e voce), avrei avvertito al ventre un esile crampo di malinconia.
Perché Rivoluzioni A Pochissimi Passi Dal Centro è un album che mi ha emozionato a piccoli passi timidi, instilllandosi furtivo nelle pieghe delle circostanze. Schivo come si presenta, quasi privato nella mestizia lieve del suo incedere, sembra un uomo intento a scavare, nel muro della sua camera illuminata di neon, tante piccole finestrelle da cui lasciar entrare un po’ di vita altrui, e lasciarne uscire un po’ di propria.
Le storie dei Verlaine sono costruite attorno a quelle microscopiche sensazioni che non vale la pena raccontare, eppure sono là, invisibili perchè sotto gli occhi di tutti, dissolte in un bicchiere di troppo, in un bar del centro, su un treno alla stazione, nello sfioramento dei corpi in una strada affollata. Sono storie d’amore di uomini e donne qualsiasi, proteste che non saranno ascoltate, lacrime che non verranno consolate, e nemmeno compatite.
I Verlaine sono, oltre al già citato Daniele, Alberto Chiodin (batteria e loop), Giorgio Codias (chitarra e ukulele), Maurizio Arnone (basso) e Andrea Di Salvo (viola e tastiera), e la loro musica galleggia su un cantautorato tiepido e obliquo, stiracchiandosi con le scarpe a Torino e la testa nella vicina Francia, come si intuisce dalla loro ragione sociale e dalle numerose citazioni di città e artisti d’oltralpe.
Otto brani imbevuti di alcol, se è vero che l’arte sacra del bere metropolitano è contemplata in praticamente tutti i pezzi, dal lirismo della vagamente baustelliana Da Giugno A Maggio al vociare della nostalgica Un Pugile Di Roma, presa per mano dal magnifico trombone di Enrico Allavena (Bluebeaters), che accompagna anche il suggestivo inno finale di Tom Waits#2.
Il loop di batteria, un’electro calda dai lineamenti umani, gli arpeggi di chitarra, la sovrapposizione di voci, sono il liquido amniotico in cui i neonati (mica tanto: anni di gavetta, concerti, autoproduzioni, e la partecipazione alla colonna sonora di A/R di Marco Ponti alle spalle) torinesi immergono la loro poetica, mai gratuita né eccessiva, anzi costantemente misurata, in equilibrio tra profondità d’animo e disincanto d’occhi. Frédéric Beigbeder, scrittore (ovviamente) francese del paradossale L’amore dura tre anni, è l’ispirazione per l’avvolgente Quasi3, l’accoppiata iniziale Musica Islandese e Ti Ho Già Detto Il Mio Nome, destinate a restare, sono icone autentiche, manifesti a metà tra eleganza e squilibrio (la seconda cantata insieme a Lalli che ha un’obliquità e una sfumatura del canto che squarcia le viscere), Nîmes ricorda, non a caso, i Perturbazione di Canzoni Allo Specchio. Il più bel miracolo del disco è Dipendente Pubblico, la marcetta della viola, un’apertura di chitarra, Le Luci Della Centrale Elettrica che si abbassano un momento ad inquadrare l’uomo, escludendo la metropoli.
Se un limite dovessi trovare, a quest’orchestrina scalcinata ad assetto variabile, starebbe nella voce di Rangone, che non avendo eccezionale estensione in alcune fasi mostra la corda, ma che personalmente trovo appropriata al contesto. In effetti, dopo alcuni ascolti, era coperta totalmente dalla mia, di voce, perché questo disco ti tende la mano e ti invita a cantare, asciugandoti le labbra, con la gola riarsa e un dolcissimo singhiozzo di vino. Una minuscola pepita, da custodire con gelosia.
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