The Doors
The Doors
Estate 1971,
Luglio. Il cielo sopra Parigi,limpido e terso fiume polare,è striato di nubi sottili come vecchie lenzuola sfilacciate con un coltello da cucina. Il sole si riflette in lamine dorate che si cullano sulla superficie della vasca da bagno,piena fino all’orlo.
Ha il capo reclinato contro il bordo di ceramica,il viso ombreggiato da umide ciocche di capelli ondulati,i muscoli del collo,niveo e sottile, si tendono impercettibilmente verso il declivio delle spalle come in un busto di Alessandro Magno,le pupille capovolte scrutano dall’interno le oscure profondità su cui l’animo umano,da innumerabili eoni,si interroga in cerca di risposte.
- ...vivere come una persona qualunque,amico,e scrivere...“Riflessioni di un americano sotto processo a Miami”,si, la tua autobiografia, poi magari ti resterà ancora tempo per incidere un bel disco di blues,forse due...- Egli pensa.
Estate 1965,
È passato solo un anno dall’incidente del Tonchino che ha fornito il pretesto per l’intervento militare americano in Vietnam. Mentre Lyndon B.(folco) Johnson festeggia il suo primo compleanno da presidente democraticamente eletto,34 persone muoiono negli scontri razziali del ghetto di Watts,Malcom X è assassinato da alcuni membri della Nation of Islam,La SDS organizza a Washington la prima marcia pacifista,Fidel Castro autorizza l’emigrazione di circa un milione di cubani sopra i cinque anni verso gli Stati Uniti d’America,i quali riescono comunque a rallegrarsi per le prime foto di Marte scattate dalla navetta spaziale Mariner 4. Dylan pubblica Highway 61 e,con le loro versioni di Mr. Tambourine Man e It ain’t me,Byrds e Turtles ne divulgano il verbo folk-rock. I Beach Boys, surfisti polifonici e “spectoriani” in Summer days and Summer nights,sono la poco credibile risposta autarchica ai gruppi della british invasion (I Rolling Stones di Out of her head,numero 1 di Billboard,i Beatles di Rubber soul e gli Animals riveduti e corretti di Animals tracks) che spartiscono i piani alti delle classifiche nazionali con il solito pop commerciale, aggiornato ai nuovi costumi della West Coast da Mama’s and Papa’s (California dreamin’),Sonny and Cher (Look at us) e lo Spencer Davis Group (Gimme,gimme some lovin’).
A Venice,in California,una comunità anarchica a chiassosa si rifiuta di conformarsi alle regole che governano il resto degli Stati Uniti. Questa borgata edificata ad inizio secolo sui canali,come la vera Venezia,contiene a stento i suoni assordanti di radio e bande musicali,le rauche escandescenze degli ubriaconi,gli spintoni delle settemila persone che ogni week-end affollano i suoi tre chilometri di spiaggia. Più che visitare il suo luna-park costruito su impalcature che si stendono per quasi duecento metri sull’oceano,in molti si rifugiano nel “Caffè Venice Est” o nella galleria “Gas House” e ascoltano gli irriverenti comizi di “Radio Free”. Come i suoi coetanei “figli dei fiori” (e prima di loro i vecchi beatnick) anche Jim Morrison,con la sua ragazza Pamela Courson,si mescola al sottoproletariato di Venice in un albergo da 10 dollari a notte,un’automobile di marca parcheggiata sul retro e un paio di scatole di libri. È sulla spiaggia di Venice,nel luglio di quest’anno,che a Ray Manzarek viene l’idea di mettere su un complesso dopo averlo sentito cantare Moonlight Drive.
Sarà l’inizio e la fine di tutto.
Estate 1967,
Il successo di The Doors (Elektra,1967) è un’epidemia diffusa e contagiosa. Superato lo sconcerto iniziale la fama del disco dilaga negli Stati Uniti in ondate di adorazione che sommergono gli argini del pubblico giovanile,generando più che un seguito,un vero e proprio culto. Ma se in molti s’entusiasmano, pochi ne intuiscono la reale portata: non assomiglia affatto al pop sognante e psichedelico della bay-aerea,non v’è traccia del rhythm’n’beat in cui erano ancora impelagati Beatles e Stones,ne maggiori riscontri si trovano in seno alla musica d’avanguardia (non nel free-jazz di Mingus e Haden,nell’ “indeterminismo” di John Cage o nel minimalismo di La Monte Young e Terry Riley che sull’altra costa fornivano un’ispirazione decisiva ai Velvet Underground).
Qui non si tratta di vagheggiare la nuova Arcadia in cui rispecchiare i sogni e le aspirazioni di una generazione di drop-out,ne di appoggiare l’antagonismo militante e pacifista del movimento studentesco. La loro missione è fare affiorare in superficie il sottofondo mistico ed esoterico della cultura occidentale,scatenare le furie imprigionate nell’inconscio collettivo della società americana,condurre l’ascoltatore oltre “le porte della percezione”,forestiero in un “nuovo e selvaggio West,un sensuale mondo malvagio,strano e persecutorio,il percorso del sole – Capisci?”. Cultura europea (Nietzsche,Blake,Artaud),classica (Sofocle,Dioniso,le celebrazione misteriche descritte da Aristotele),culti sciamanici e riti sacrificali precolombiani (il “Don Juan” di Castaneda,il peyote,il serpente),concorrono ad una rappresentazione profetica,abissale e definitiva del potere evocativo della musica rock.
Break on through ha un andamento rapsodico e compulsivo che quasi anticipa le convulsioni del punk,chitarra e tastiere,mai così martellanti,osservano un’incessante comunione di contrappunti ritmici e melodici che la batteria sospinge in fraseggi jazz possenti e sincopati,mentre le urla animalesche di Jim squarciano il “velo di maya” che abbindola l’ascoltatore come colpi di machete. Soul kitchen è una languida,sulfurea fucina soul il cui empio,armonico fulgore viene orchestrato da Manzarek (i cui studi classici s’infiltrano nell’afflato passionale del blues della sua terra,Chicago) come se fosse parte di una liturgia profana,una sofisticata preghiera da postribolo (“Beh,l’orologio dice che è ora di chiudere/so che adesso devo andare/vorrei davvero star qui tutta la notte/tutta la notte/tutta la notte”). The crystal ship,semplicemente,non assomiglia a nulla che si fosse mai ascoltato prima di allora: ouverture “chopiniana” con assolo (epi)centrale al laudano e poi Jim,un Rimbaud con la voce di Sinatra,che verga una delle più belle sillogi della letteratura americana del dopoguerra,densa di uno spleen arreso e romantico,di una libertà sovrannaturale in cui l’abisso che più temiamo è la vertigine a cui vorremmo abbandonarci per sempre. Twentieh century fox,con l’insolente bottleneck di Krieger in evidenza,è una satira spietata sull’ipocrisia di certi stereotipi femminili hollywoodiani ma anche l’epitome al curaro dedicata ai luoghi comuni dell’amore libero e al femminismo di moda (“Lei è la regina dell’impudenza/è lei la signora che attende/(...) non esita mai/non sprecherà il suo tempo in discorsi elementari”). Alabama song,cover concettuale di Brecht e Weill dall’opera Mahagonny,distrugge l’artificiale paradiso californiano descrivendone un implicito e sibillino parallelo con la repubblica di Weimar,preconizzando il baratro del cupio dissolvi in cui sarà risucchiata una certa ideologia stracciona,edonistica e superficialmente libertaria.
Light my fire,più che per l’anti-puritanesimo alla Hawthorne di Morrison (un testo di soli 11 versi per 7 minuti di musica), divampa d’un raga barocco e febbricitante,spiraliforme e largamente strumentale,che dispiega tutta la maestria di Krieger (metissage arabo,gitano e amerindo) e Manzarek (echi di boogie,rag-time e clavicembalo),impegnati in un dialogo free form di fughe ed assoli inscritto nella maestosa ellisse del metronomo caracollante di Densmore. Back door man,un’altra cover,è un barbaro rhythm’n’blues anni ’50 cesellato da un organo-coro che ingaggia un inedito call and response con lo shout licantropo di Morrison. I looked at you è una ripresa angusta e scanzonata del gorgo di Light my fire,Take it as it come,uno sghembo e rilassato garage-beat che Manzarek avvolge in setose e meditabonde litanie da “maharishi”. End of the night è una nenia arcana che di certo sarà piaciuta a Syd Barret,una pastorale notturna e pagana che indugia al rallentatore fra Celine e William Blake (“Alcuni nascono per la dolce gioia/alcuni nascono per la notte senza fine/confine della notte”). Poi il portale finalmente si spalanca,lasciate ogni speranza oh voi che ascoltate,per di qui si esce dalla storia e si entra nel mito: The End è una specie di asintoto esoterico,un poema epico ed osceno come l’ “Ulisse” di Joyce,le metamorfosi di Ovidio inscenate da quadri viventi che si susseguono come nelle Passioni del teatro medioevale.
Nel canovaccio turpe e fiabesco,mistico e antropologico, sussurrato, gridato, recitato da un Morrison (ora protagonista,ora voce narrante) più posseduto che ispirato,si attormano,sbozzati da un affresco senza luce ne prospettiva,rappresentanti di tutte le epoche in un’umanità ormai rassegnata al giudizio,all’apocalisse o semplicemente alla “fine”. Deliri biblici (“La fine di tutto ciò che esiste/la fine/nessuna salvezza o sorpresa/la fine”),visioni profetiche di civiltà assediate e distrutte dai barbari,come quella romana di ieri (“Perduto in una landa romana di dolore/e tutti i bambini sono folli”),o quella americana di oggi (“c’è pericolo ai margini della città/percorri l’autostrada del Re/percorri l’autostrada ovest”),squarci di una superstite spiritualità indiana (“...sette miglia/cavalca in serpente/è vecchio/e la sua pelle è fredda/(...)cavalca il serpente fino al lago”),che trovano la loro catarsi finale in un melodramma autobiografico (Morrison,come il suo “assassino”,aveva davvero un fratello e una sorella) ed edipico (“Padre?/Si figlio?/Voglio ucciderti/Madre,voglio...”).
La trance strumentale (Densmore lastrica rullate che conducono al “palazzo della saggezza”e Krieger fa librare in aria scudisciate jug sottili e profonde come ferite mortali) ricompone ogni trauma fra i tentacoli di una suspence onirica,regalandoci una delle esperienze più sconvolgenti nella storia della musica del ’900.
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