Okkervil River
I Am Very Far
Da folk band sgangherata a big band. Anzi, «giant band», con le parole di Will Sheff. “I Am Very Far”, sesto disco degli Okkervil River, segna il tracciato di una parabola forse inevitabile, se si considerano il sostrato colto e ambizioso della band di Austin e la sua attitudine sempre più estroversa, ma comunque disorientante. La stessa categoria di folk, che nei primi tre dischi degli Okkervil trovava un’incarnazione traballante e poetica destinata a diventare modello per un decennio intero, sta loro stretta, ora: i tempi delle chitarre ebbre, delle stecche, del banjo rusticano e delle produzioni volutamente non pulite sono finiti. Nel bene e nel male, questo è l'album di una band diventata 'grande'.
Il disco è un lavoro riplasmato in studio nella sua parte maggiore. Le brevi sessioni di registrazione, avvenute in luoghi diversi e con differenti metodi, sono state poi manipolate da Sheff, con alterazioni e tagli spesso molto invasivi; le continue trasformazioni e riscritture in effetti si avvertono nella sontuosità maniacale degli arrangiamenti, sicché si perde in semplicità rispetto ai vecchi Okkervil, guadagnandone in eleganza e rifinitura. E, a tratti, epicità: “Rider” (Springsteen rivisited), “Wake and Be Fine” (l’apice, frenetica intensità), “We Need a Myth” (che parte su soli archi e finisce in un crescendo Arcade Fire) sono state suonate da due batteristi, due bassisti, sette chitarristi, più piano e archi a pioggia. Arena, insomma. E roba come la groovosa “Piratess”, che pare un pezzo da "The Stage Names" con le tette rifatte (c’è pure, da 1’54’’, lo strappo di pagine di giornali stile "Neon Bible" nell’ascensore), potrebbe piacere alle radio fighe e ai locali in. Nessuna purezza inquinata, per carità: bellezza un po’ freddina, però.
Sono pezzi che si dispiegano in spettri sonori vertiginosi, con effetti nella registrazione di affollati cortei bandistici che strappano più l’applauso che l’emozione. E non sempre (“The Valley”, “White Shadow Waltz”) sono assistiti da una scrittura all’altezza, sicché possono scivolarci pure two-chords songs messe in ghingheri per mascherare la fiacca (“Your Past Life as a Blast”). Meglio, allora, i pezzi usciti dalle sessioni meno ossessive, e magari distese su spazi più sgombri e meno hi-fi: lo spettacolo notturno di “Hanging from a Hit”, col basso sonnacchioso, un piano scordato e fiati impigriti, vale gli Okkervil migliori (“A Stone” da “Black Sheep Boy”?); e così la vezzosa mid-ballad “Lay of the Last Survivor” e l’extravagante “Show Yourself” fanno ancora capire perché questa band sia entrata tra le grandi dell’ultimo decennio.
Non è tra i dischi migliori degli Okkervil River, “I Am Very Far”, ma imprime quanto meno una sterzata rispetto ai due album precedenti, un po’ impiantati (“The Stand Ins”, soprattutto). È un disco onesto, a tratti buono (6,5, toh), che ha però il problema di vivere un paradosso: eseguito da una ‘huge band’, finisce spesso per insaccarsi nella prima persona (I Am) del direttore d’orchestra; in uno Sheff che ci perde a concentrarsi troppo sul ruolo del produttore. E che si spera torni, da così lontano, ad avvicinarsi un po'.
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