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R Recensione

8/10

Stone Temple Pilots

Purple

E cosi ci siamo: i fratelli Rob e Dean DeLeo e il batterista Eric Kretz rimettono in pista una nuova incarnazione degli Stone Temple Pilots, con l’ennesima controfigura di Scott Weiland. Dopo l’altro illustre compianto Chester Bennington, stavolta tocca a un carneade scovato nell’X Factor americano: o tempora, o mores. Una volta assolti gli obblighi informativi, ci pare cosa buona e giusta omaggiare i gloriosi giorni della band californiana, analizzando quello che è con ogni probabilità il loro miglior album.

Noto anche come “12 Gracious Melodies”, dal nome dell’immancabile ghost-track tanto di moda in quegli anni, esce all’inizio dell’estate 1994, dopo che a primavera la pubblicazione di “Superunknown” (l’opera definitiva dei Soundgarden) e la morte di Kurt Cobain hanno portato al massimo l’attenzione dei media sulla scena di Seattle. Come noto, gli Stone Temple Pilots si formano nella patria della vela San Diego, ma con la pubblicazione del loro fortunato debutto “Core” nel 1992, si immergono astutamente nel mare magnum del grunge: si pensi a certe morbose ballate alla Pearl Jam (“Creep”) o ad oscuri anthem in stile Alice In Chains (“Dead & Bloated”), anche se il faro dei fratello DeLeo sono sempre stati - fin dai tempi in cui ancora la loro band si chiamava Mighty Joe Young - i Jane’s Addiction, per quel modo di trasportare il nordico riverbero dei Led Zeppelin sulle assolate spiagge della California meridionale, come in Sin” o “Wicked Garden”.

Prodotto dal confermatissimo Brendan O’Brien - dei cui servigi nel frattempo si sono avvalsi pochi mesi prima proprio i Pearl Jam su “Vs” -  “Purple conferma lo status milionario del quartetto, venendo comprato in massa dalle moltitudini affamate di grunge, che lo fanno debuttare al primo posto della classifica di Billboard. Successo ampiamente meritato, con il quale la band zittisce i detrattori, numerosi sia tra i critici musicali più à la page (che li considerano meri cloni dei gruppi di Seattle), sia tra i colleghi: si pensi ai versi al vetriolo - “Elegant bachelors, they’re foxy to me” - a loro dedicati dal reuccio indie Stephen Malkmus in “Range Life” dei Pavement. Con codesto sophomore, il quartetto di San Diego dimostra infatti a tutti di poter rivaleggiare ad armi pari coi campioni del genere. Si ascolti il singolo di punta, “Vasoline”:  un brano potente e minimale con scorie punk, che si regge su un riff al curaro di Dean De Leo, su una sezione ritmica schiacciasassi e su una trascinante interpretazione di Scott Weiland, che si è definitivamente lasciato alle spalle i paragoni con Eddie Vedder e Layne Staley. Subito bissato dal singolo successivo “Interstate Love Song”: non la classica, melensa ballad comune ai tanti epigoni inflanellati degli anni 90 come si potrebbe sospettare dal titolo, ma un brillante numero dai sapori alt-country. E lo stesso si può affermare dell’accorata “Pretty Penny”, con chitarre folksy e un Weiland stralunato che ricorda persino il primo Tim Buckley, mentre “Big Empty” alterna sapientemente una strofa bluesy a un refrain cobainiano la cui melodia non si schioda più dalla mente.

Non mancano, ça va sans dire, brani che si snodano su rasoiate prevedibilmente grunge, come “Meatplow” o “Silvergun Superman”, mentre il midtempo di “Still Remains replica con brio la formula del singolo di lancio dal disco precedente, “Plush”, con alcune delle liriche più intimiste, sofferte e ahimé profetiche di Scott, come “If you should die before me ask if you could bring a friend / Pick a flower hold your breath and drift away”. Nonostante l’effetto déjà vu, non mancano episodi in cui la band riesce a superarsi: l’epica “Lounge Fly”, il cui break acustico irreale in mezzo rimanda ai Led Zeppelin trapiantati a Bron-yr-aur, e l’incalzante “Army Ants”, che parte funkeggiante per poi disegnare scenari hard-psichedelici di indubbio spessore.

Degna chiusura di un lavoro di vaglia è la power balladKitchenware & Candybars”, aulica senza annoiare, ammantata di un leggero velo orchestrale. Anche se in questo esercizio il meglio la band lo darà nella sciamanica e doorsiana Atlanta” del 1999. Infatti la band darà alle stampe due ulteriori, ottimi LP: Tiny Music… Songs From The Vatican Gift Shop” del 1996 (forte di tinte glam che poi Weiland approfondirà nel suo debutto solista del 1998, “12 Bar Blues”)  e “N° 4” a fine decade, prima che droga, litigi, e poco convincenti reunion affossino il volo dei quattro piloti. Fino a quell’ultima dose che nel 2015 ha portato via per sempre il vocalist, dentro un bus scalcinato prima di un concerto da qualche parte nel gelido Minnesota.

The Mexican Princess is out of my life”, esclamava Scott al culmine del pathos nella citata “Atlanta”, ma era solo un illusione. La Dama Bianca raramente cessa di ammaliare col suo incantesimo, a meno che non si sia presa del tutto sogni e vita della sua vittima.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 2 voti.
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PehTer 8/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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PehTer (ha votato 8 questo disco) alle 13:49 del 14 dicembre 2017 ha scritto:

Finalmente anche loro su SdM, proprio in questo periodo mi era balenata in testa l'idea di azzardarmi a recensire Core (che rimane comunque il loro lavoro che preferisco). Vasoline è folgorante, è una delle vette più alte del rock anni 90.

nebraska82 (ha votato 7,5 questo disco) alle 16:12 del 17 dicembre 2017 ha scritto:

Ottimo disco, nonostante un paio di filler (tipo "unglued") sono quasi tutti classici del genere ("big empty" la mia preferita). Meno torturati di Pearl Jam e Alice in Chains, piu' sornioni e felpati, hanno avuto una carriera di tutto rispetto.