NeXus
Firesound
Scrivere un brano per poi appiccicarci sopra il sessantacinquenne vocione da crooner alcolico di Bobby Solo non è propriamente al passo coi tempi, lo ammetto. Ma se quello che ne esce è “El Cigarillo”, prorompente torcida blues filtrata da una sezione fiati degna concorrente del fu Morricone salsa western, tanto di cappello. Senso delle misure, concreta fantasia e profondità cinematografica: la modernità può aspettare. E che non sia l’unica carta di peso giocabile in “Firesound”, sebbene quella esteticamente più valida, lo testimonia il fervore febbricitante, onnipresente motore immobile che anima le nervose geometrie rock dei NeXus, giunto finalmente all’esordio sulla lunga distanza dopo anni di gavetta (c’è chi sceglie, per abbreviare le tempistiche, di scalare le collinette del formato reality: eppure, quant’è vero che già i Bastard Sons Of Dioniso non si sentono più nominare?).
Rock, dicevamo, ed onestamente viene in mente proprio poco altro, tale è la schiettezza e l’univocità di questo suono, capace ancora di smuovere montagne nonostante tutta l’inflazione disponibile sul mercato. Per chi ha già messo nel mirino il gruppo, tentando paragoni alla cieca con l’altro fenomeno dell’anno, i fiorentini A Dog To A Rabbit, un monito generico: vero è che alcune somiglianze di base, in particolar modo nella scelta di determinati modelli oltremanica (gli Arctic Monkeys, quando va bene, nell’apertura di “Vampire Empire”, potenziale hit da odiare visceralmente: l’accentuato fighettume di Fratellis e Strokes, quando va male, in “Do It!”, tema in basso, shake e cori da balera), sono facilmente, a tratti pesantemente, avvertibili. La cornice di “Firesound” si sporca, però, con maggiore facilità, e sono macchie di unto, sia esso robot rock alla QOTSA – “Tortellini In Broadway”, praticamente una variazione compagnona sul tema di “First It Giveth”: complimenti per l’ironia –, arrochite ballate roots tostate da fumi funk come “Not Wise” o spigolosi angoli punk (“Runaway Cat”), difficili da rimuovere.
In tempi saturi di produzioni, nemmeno l’estrema sincerità di progetti su questa falsariga riesce a pagare un apporto aggiuntivo d’interesse, seppur minimo. Considerata una tamarrata del calibro di “Bombin’ Teheran”, fastidiosissimo martello electro rock privo di qualsiasi acume artistico, qualcuno potrebbe anche giustificarlo. Invece, contro ogni pronostico, è proprio un peccato. Se non altro per il monolite che chiude il disco, “El Niño Pt. 2”, stoner psichedelico suonato con piglio, urgenza e strafottenza garagistica (ricorda qualcosa il colpetto di tosse all’inizio?), in una maglia di chitarre penetranti cullate da anfratti desertici di grande spessore emotivo.
Per essere all’inizio, va già parecchio bene.
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