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R Recensione

7/10

Daughters

Daughters

Smontate le vostre certezze precostituite: è un toccasana. In primo luogo, per il sottoscritto. Ad esempio: mai più Jesus Lizard, fisicamente (la reunion dell’anno scorso non conta) e musicalmente. Da intendersi con un sintetico, efficace e brutale no heiries. Ma andiamo avanti: della serie, per fortuna che Steve Albini ora suona solo negli Shellac e produce artisti lontani anni luce dai gelidi frastuoni post-industriali dei vecchi Big Black. Odi et amo, diciamo. Non c’è due senza tre, però, e a lasciare incompleto il lavoro si rischia di essere divorati dai rimorsi. Quindi: era ora che i Sonic Youth si aggiornassero un po’ e lasciassero indietro quegli antiestetici rumoracci. Vive le pop, ecco. L’ho detto. Non guardatemi così, l’età avanza per tutti: e che diamine. Per convincermi del contrario ci vorrebbe un miracolo. Ho detto pure questo?!? What else?

Ecco, allora, che dai sobborghi della perbene Providence irrompe il cazzotto più stordente degli ultimi mesi, Daughters (of David Yow, tra parentesi). Fareste bene a segnarvi questo nome su un pezzettino di carta, specificandone l’elevato tasso di pericolosità, se non altro per ricordarvene qualora vogliate spendere bene un po’ (poco) del vostro tempo, od evitarli accuratamente. Non esistono trattamenti a mezza altezza, perché le mezze misure non sono contemplate in “Daughters”, trasbordante frullato –core di ogni possibile tendenza omicida del Nuovo Millennio, come gli schizoidi scartamenti di Blood Brothers e Pissed Jeans pompati, con punteggiatura squisitamente math, entro cartelle di stampa ultraviolence. Se non avete capito granché del tenore medio continuate a rimanere sintonizzati: l’ascolto di questi brani vi disorienterà in maniera crudele e definitiva.

Non che vi sia, al netto delle forze, un calo di tensione o una maggiore forza di un brano rispetto ad un altro ma, visto che siamo in vena di consigli, consigliamo. Traccia numero tre, “The Hit”: il colpo che si propaga attraverso un’onda d’urto sorretta da un coloratissimo riff gentilmente preso in prestito dai Dillinger Escape Plan e miniaturizzato in migliaia di grattugiate noise. Traccia numero sette, “Sweet Georgia Brown”: un uragano di distorsione riletto con arrangiamento swing, il Sinatra dei primi anni ’90 stritolato da una montagna di chitarre a volume insensato (l’effetto è spettacolare). Traccia numero otto, “The Unattractive, Portable Head”: tutto il divertimento che evapora più in fretta del primo governo Andreotti e viene sostituito da una psicopatia che sega l’asse portante del brano in due tronconi agonizzanti, tra feedback e pompose fanfare per organetto. The dark side of post-core (come se ne esistesse pure uno solare).

Andateci piano con i contatti fisici, su “Daughters”: le percosse potrebbero sbriciolarvi il sorrisetto di scherno stampato sul volto in una misera manciata di smalto. E non stiamo ragionando per iperboli, non quando la forza motrice di “The First Supper” monta in un rintronante assalto metal, la doppia cassa di “The Theatre Goer” suona come una pubblica esecuzione o le dissonanze di “Our Queens (One Is Many, Many Is One)” vengono a stento contenute da un collerico apparato ritmico che affonda sanguinose coltellate nelle orecchie di chi ascolta.

Smontate le vostre certezze precostituite. Perché, comunque vada, ve ne accorgerete da soli.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 9 voti.

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 15:34 del 17 ottobre 2010 ha scritto:

un gran disco a mio parere, capace di rinnovare splendidamente tutta una tradizione noise. la cura prestata ad ogni genere di clangore metallico, strascichio cacofonico, ispessimento di strati stordenti di feedback rende questo lavoro un vero e proprio gioiello! grande Marco!

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 12:04 del 30 ottobre 2010 ha scritto:

si, confermo l'entusiasmo. Davvero un disco degno di nota. Ottima rece Marco, grazie per la bella scoperta