System Of A Down
Steal This Album
SCARTO: separazione, nel corso di una cernita, di elementi ritenuti inutilizzabili o di qualità inferiore a quella richiesta (da "Vocabolario della lingua italiana", Giacomo Devoto- Gian Carlo Oli, undicesima ristampa, edizioni Le Monnier).
Secondo un noto vocabolario, quindi, lo scarto è un elemento qualitativamente inferiore ad altri e, di conseguenza, trattato in maniera direttamente proporzionale al suo valore.
E allora, sorge immediato il quesito: perchè? Perchè Steal This Album!, terzo album in studio del gruppo armeno-losangelino dei System of a Down, realizzato nel 2002, viene trattato come se fosse un album di demo e b-sides provenienti dal precedente, capolavoro, Toxicity? Bisogna fare una precisazione, in ogni caso: il lavoro che ci troviamo davanti è, per certi versi, una raccolta di inediti composti precedentemente e mai inseriti in alcun album. Ma perchè, in questo caso, viene applicato il significato negativo del termine? Come mai la maggior parte delle persone, quando si trova davanti a questo cd, lo sminuisce inesorabilmente, senza nemmeno aver accennato un ascolto, solo perchè viene considerato una raccolta di "scarti"? Perchè di scarti, proprio non si tratta: ognuno dei sedici pezzi del disco, infatti, è più che dotato di vita propria, e si regge benissimo sulle proprie gambe, come Toxicity, e in certi punti (se possibile) più del suo predecessore.
La band capitanata dal riccioluto vocalist Serj Tankian (gli altri membri sono Daron Malakian, chitarra e voce, Shavarsh Odadjian, basso, e John Dolmayan, batteria) si accorge che è tempo di tirare le somme: due album realizzati, il terzo in uscita, milioni di copie vendute, svariate partecipazioni a festival metal. Ma la vena creativa, nonostante le soddisfazioni, non si esaurisce. Questa volta, i SOAD decidono di scagliarsi contro la pirateria e il download illegale di brani musicali da Internet: l'artwork dell'album (nonostante un'edizione limitata propria di ogni musicista del gruppo) si presenta come quello di un cd masterizzato, con una scritta grossolana in pennarello indelebile nero. Niente testi, niente ringraziamenti: giusto i titoli delle canzoni abbozzati sul retro. La partenza è a razzo: ed è subito un alternarsi di demenzialità intelligente e provocatoria contro le mode della società (la "pizza, pizza, pie" di "Chic'n'Stu") e il rock puro e tirato di "Innervision", anch'esso permeato da un'esplicita denuncia.
La prosecuzione è affidata ad una cantilena tanto innocente quanto spinosa ("Bubbles"): successivamente è il turno di "Boom!", canzone-denuncia contro le guerre nel mondo, che prende ispirazione dalla Marcia Mondiale per la Pace realizzata nel 2003 (con la band presente). Più che una canzone vera e propria (si segnala solo il ritornello energico) è un insieme di agghiaccianti dati della follia umana, recitati in crescendo da Tankian. E' stato l'unico singolo estratto dall'album. La quinta canzone, "Nuguns", presenta al suo interno un assolo strappa applausi, realizzato da Odadjian con l'aiuto della tastiera. Dopo un'arrabbiatissima "American Dream Denial" (un incipit sbilenco, che sfocia in una strofa sussurrata, dal tono propiziatorio, che si conclude in un crescendo di chitarre al tritolo) arriva un pezzo cardine del lavoro, "Mr. Jack". I toni, da cupi e grevi nell'incipit, si malleano in addolorati e falsamente feriti prima, grazie ad un abile incrocio sonoro di chitarre, in deliranti e furiosi poi, con un epilogo schiumante di rabbia che lascia, inevitabilmente, a bocca aperta (il "fuck you pig" ripetuto ossessivamente ne è un esempio).
Tocca a "I-E-A-I-A-I-O", un pezzo metal impreziosito da interventi orientaleggianti (anche qui un assolo degno di nota) e scandito, ossessivamente, da un ritmo ipnotico. E se l'intermezzo successivo "36" (ancora una frecciatina alla masterizzazione) è un concentrato di consapevole pazzia e stupita incredulità, rivisitato in chiave metal, la successiva "Pictures" allenta un po' la tensione: una marcetta distorta con inserimenti occasionali delle chitarre, non del tutto riuscita. E finalmente arriva il momento della "Highway Song", un pezzo a metà fra la melodia celestiale e l'orgoglio iracondo, fra il cantato angelico e il ruggito demoniaco, con un pizzico di malinconia che si acuisce nel ritornello (con l'inserimento, tra gli altri, di un azzeccatissimo xilofono in mezzo alle chitarre). C'è spazio ancora per l'amarezza sardonica, contro l'amministrazione Bush, della filastrocca di "F*** The System!": ma l'attenzione, questa volta, è catturata da "Ego Brain", una sorta di poesia dall'andamento epico e riecheggiante lontananza, con un'apertura ancora una volta agrodolce, ammorbidita solo dalle voci incrociate di Tankian e Malakian. "The Tawaves" risulta essere un ennesimo concentrato di rabbia amara, con un ritornello grondante frustrazione.
E la chiusura è affidata ad un formidabile duo: prima la dolcissima "Roulette", storia di un amore irraggiungibile lontana anni luce dalle plasticosità del mainstream americano (e per questo così vera ed attuale), affidata ad una chitarra acustica, poi la strepitosa "Streamline", un vero e proprio mondo parallelo, con tanto di citazione nel testo ai Black Sabbath, aperta da una chitarra strisciante ad alto tasso esplosivo, che si quieta solo durante l'andamento delle strofe, per poi esplodere, rumorosamente, nel ritornello. L'amata appellata in "Roulette" se ne è andata per sempre, e la rabbia diventa presto incontenibile, tale da generare un assolo fra i più belli degli ultimi anni, acuto e lacerante: la chiusura, introdotta da un urlo animalesco, arriva in silenzio, senza troppe pretese, con la convinzione che fu e che non sarà mai più.
Fossero così tutti gli scarti. Ce ne sarebbe da decantare a palate. Una meraviglia per la mente, le orecchie, il cuore: sensazioni che solo certi cd sanno trasmettere, e Steal This Album! è fra questi. Imperdibile.
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