Opeth
Watershed
Alla ricerca di sé stessi. Rinnegando le proprie radici.
Sembra un paradosso, eppure è questo il percorso musicale verso il quale gli Opeth, svedesi doc, si stanno pian piano addentrando, da tre anni a questa parte. Sulla qualità, la tecnica e il carisma della band non c’è bisogno di imbastire parate imbellettate: Mikael Åkerfeldt e compagni, infatti, sin dallo stellare esordio, “Orchid”, datato 1994, hanno dato il via ad un suono personale, vincente e, allo stesso tempo, colmo di influenze e sempre aperto a nuove evoluzioni, unendo il death metal nascente ad una solida impalcatura di chiara ispirazione progressive (Camel e Yes su tutti). Come se non bastasse, poi, col passare del tempo gli Opeth hanno fuso, alla loro formula già ampiamente assodata, nuove matrici melodiche, di fattura assolutamente pregevole (tale intreccio acustico viene identificato da alcuni con le denominazioni specifiche di melodic death metal o swedish melodic death metal), e una ricerca, ben più che fruttuosa, nei territori del jazz, del blues e della fusion che, ovviamente, hanno cominciato a far parte integrante della proposta della band. Musica, dunque, feroce ed elegante ad un tempo, e sicuramente elitaria.
Dopo nove album in studio (l’ultimo dei quali, il bellissimo “Ghost Reveries”, risale al 2005) e un dvd live (“The Roundhouse Tapes”, uscito l’anno scorso), gli Opeth arrivano a questo “Watershed” in uno dei loro periodi più bui, caratterizzati da una serie di defezioni eccellenti (nel 2006 il batterista Martin Lopez, a cui si è aggiunto l’anno scorso anche lo storico chitarrista e fondatore Peter Lindgren, figura-chiave per quanto concerne il suono del gruppo) e da alcuni problemi interni con la major Roadrunner. Il quintetto, dunque, è chiamato ad un pronto riscatto su disco, per poter fugare anche gli strascichi delle poche critiche oltranziste che avevano attanagliato l’uscita di “Ghost Reveries”, giudicato da alcuni aficionados troppo melodico e cerebrale.
Alla fine dell’ascolto, però, anche per un affezionato come colui che, in questo momento, sta battendo al computer questa recensione, la delusione sale.
A cosa vogliono mirare gli Opeth, dunque? Che cos’hanno ancora da dimostrare, da riscrivere, dopo lavori memorabili come “Still Life” (1999) e “Blackwater Park” (2001)? Il quesito è destinato a rimanere, almeno per il momento, insoluto. Certo è che, obiettivamente, gli svedesi si stanno pian piano trasformando, da band carismatica, in una preoccupante, scialba, comunissima band di maniera. Tutti gli elementi che potevano suonare esaltanti, raffinati, armoniosi, almeno fino ad un paio di anni fa, ora sembrano essersi trasformati in pura routine che nulla suscita, se non un rassegnato sospiro abitudinario.
È che “Watershed” è una summa bellissima, perfetta della carriera degli Opeth. Ci sono le schitarrate, potenti ed arrotanti. Ci sono i ritmi, arzigogolati e multiformi. La capacità di trasportare l’ascoltatore per minuti e minuti è rimasta intatta, sempre la solita. E la personalità istrionica di Mikael Åkerfeldt è quella che abbiamo imparato a conoscere, album dopo album, concept dopo concept. Purtroppo, però, i tratti distintivi di queste nuove, sette canzoni, sovente si possono già prevedere in anticipo. E, come se non bastasse, gli svedesi decidono di abbassare ulteriormente il volume delle chitarre, preferendo dispiegarsi in complicate propaggini prog, od annacquando il tutto con ricami melodici certamente belli e funzionali, ma che da soli non possono reggere una canzone di sette minuti o più. L’alternanza growl/clean di Åkerfeldt, uno dei tantissimi punti di forza del gruppo, è ridotta al minimo, con i primi che, piano piano, scompaiono con sempre maggior costanza. Lo stesso dicasi per i segmenti death, ormai ridotti a puro esercizio di stile, come contorno, e non più come base portante, prima che musicale, anche culturale.
Il singolo estratto, “Porcelain Heart”, è in effetti l’esempio critico di ciò che si è sostenuto: otto minuti di saliscendi prog metal, di staffetta feedback/acustico, di fraseggi fusion, di evoluzioni percussionistiche (l’ottima new entry Martin Axenrot, che lascerà il segno anche più avanti). Tutto ben suonato e costruito. Ma subito una domanda affiora prepotente: dov’è finito il growl? Qui, almeno, non ce n’è traccia. Che il cantante avesse un bellissimo timbro, non lo scopriamo certo adesso: ma il fatto di aver riposto nel cassetto il lato più oscuro della sua espressione vocale, le scariche cupe e luciferine, l’immediatezza dei suoi ruggiti, quasi ad emulare gli stevensoniani Dr. Jekyll e Mr. Hyde, lascia un po’ l’amaro in bocca.
E il resto?
Si può dire che gli Opeth dosino con maggiore perizia gli ingredienti, lasciando scivolare via gli eccessi o le eccessive complicazioni. Punti deboli, però, se ne riescono ancora a trovare, a differenza di quanto poteva accadere nei lavori precedenti: “Burden”, ad esempio, è una vera e propria ballata per chitarra acustica, con pieno domicilio elettrico di prendere il largo ed immergersi in lunghe jam blues, che però non può e non riesce a reggere un’imponente durata sulla frequenza di quasi otto minuti. La noia, alla fine, prevale sugli intrecci chitarristici e sull’intelligente lavoro di mellotron, vanificando gli sforzi di quella che, con maggiore fortuna, poteva rivelarsi una nuova “Benighted”. Lo stesso si può dire di “Hex Omega”, pezzo mid-lento un po’ scontato, sostenuto da una rete di tastiere che ricorda molto da vicino il vecchio singolo “The Grand Conjuration”, con tanto di Hammond lisergico in coda. Se non un passo falso, un’indifferente involuzione.
Poi, “Watershed” scorre via tranquillo, regalando anche momenti realmente emozionanti, come la doppietta d’apertura, “Coil” e “Heir Apparent”, che contrappone il toccante lirismo della voce aggiunta di Nathalie Lorichs –bravissima- ad una schiacciasassi prog-death complessa e furibonda, chiaramente ispirata alle prime produzioni, dove riff dinamitardi divampano a più riprese, fra volèe di piano quasi irrisorie, e Åkerfeldt sembra posseduto da una personalissima idea di Sehnsucht mefistofelica. Un uno-due fulminante che non potrà non far felici i fan della band.
Il cavallo di battaglia del disco, in ogni caso, risiede in “The Lotus Eater”, curioso esperimento degli opposti, dove a sventagliate di blast beat si oppongono linee vocali calde e carezzevoli, e a tappeti sonori quieti si ergono imponenti gli strepiti animaleschi del singer. Il fatto che poi, esaurito il gioco della candela, si assista ad una progressione finale blues-funk, con ascese ritmiche infartuanti, altro non fa che dimostrare la bravura e la competenza tecnica dei musicisti all’opera.
Come giudicarlo, dunque, questo “Watershed”? Posto che non è affatto una brutta opera, bisogna comunque notare come, paragonato ai predecessori, sia nettamente inferiore, e tenda anzi a sfigurare. La qualità comincia a farsi frammentaria e non più omogenea, le idee vincenti rimangono, ma solamente a sprazzi: bisogna, insomma, prestare più attenzione nell’ascolto, per poter giungere ad una conclusione equa. A detta del sottoscritto, con questo lavoro gli Opeth hanno dato il via ad una parabola discendente. Il che può essere vissuto in maniera tranquilla (quasi vent’anni di attività e nove dischi da avere sono un bottino di cui vantarsi a lungo!), o molto meno (gli ascoltatori dovrebbero pretendere sempre il meglio, specie se ci sono dei “secchioni” illustri come in questo caso).
Personalmente, pur promuovendolo con una netta sufficienza, ho l’impressione che “Watershed” non riuscirà mai a conquistarmi appieno, o anche solamente a reggere la lunga distanza: perciò, che tutti gli aggettivi rutilanti della sintassi italiana rimangano appiccicati alle mie dita, ben saldi, con la consapevolezza di essere davanti, forse, ad un dolce epitaffio, da parte di una fra le band più incredibili degli ultimi anni.
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