Pelican
The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw
Chi pensa che ascoltare musica non sia nulla più che un buon sistema per riempire laria o imparare mentre ci si rade la mattina un nuovo ritornello da fischiettare per tutta la giornata è meglio che lasci perdere queste righe e questalbum. Chi invece pensa e crede che tra le note di un bravo musicista o di un grande gruppo si nasconda unanima e un mondo da scoprire, farebbe bene a procurarsi al più presto questo album dei Pelican.
Cè poco e tanto da dire su questo disco dal titolo pressoché intraducibile: il poco è che è il secondo album di una band di Chicago che propone un metal strumentale inseribile nellattuale panorama post-metal, ma con una forte impronta personale, costruita mediante composizioni lunghe che alternano scatti rabbiosi ad aperture melodiche e quasi psichedeliche, il tutto in una cornice un po lo-fi e casinara, ma non per questo disordinata.
Il tanto è che i Pelican riescono in maniera sopraffina e magistrale a trasformare le loro idee musicali in visioni per lascoltatore, a creare, per chi sa come sintonizzarsi sulle loro frequenze, un flusso ininterrotto di suggestioni ed emozioni, per arrivare ai quali non basta di certo avere orecchie funzionanti, e neanche è sufficiente che queste siano ben collegate al cervello (cosa già rara, di questi tempi): per entrare nellonirismo del quartetto bisogna infatti chiamare in causa anche il cuore.
Altrimenti è impossibile avvertire la pressione sonora prodotta da March To The Sea, quasi come se ci si trovasse a camminare a cento chilometri sotto al livello del mare, o avvertire la delicatezza dellintro di Autumn Into Summer, resa più preziosa dallesplosione di riff e note che la segue. Cè il tempo di una breve pausa, un intermezzo senza titolo, prima di riprendere il viaggio con Red Ran Amber.
Ma è musica che non vale la pena di cercare di spiegare o di capire a tutti i costi, perché le emozioni che regala questo disco non si lasciano legare sulla carta, ma svaniscono terminato lascolto. Si galleggia durante tutto lalbum sul confine tra reale e immaginario, tra unemozione e laltra, finchè Sirius una delle canzoni di chiusura più azzeccate di sempre dopo averci sparato ancora più in alto di quanto tutto il resto del disco ha fatto, ci schianta di nuovo sul mondo reale, e ci lascia ma solo fino ad un nuovo ascolto il ricordo di un viaggio meraviglioso.
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