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R Recensione

7,5/10

The Antlers

Burst Apart

Con “Hospice” gli Antlers hanno esplorato l’‘epicità’ insita nel dolore e nella perdita, provocata da ferite aperte di un amore conclusosi male (è un eufemismo, chiaro…), metaforizzato in un disperato legame (dalla continua oscillazione tra processi simbiotici e d’individuazione; esplicativa la copertina) tra una malata terminale e - la psiche straziata di – chi l’assiste. Un’autobiografia sublimata, quella di Peter Silberman, in un ‘concept’ dal tratto decisamente ‘borderline’, fatto d’inquietanti rimandi all’istintività decadente (e onirica) della poetessa Sylvia Plath, nonché al lirismo dolente di Leonard Michaels – in “Sylvia” appunto (<<The parallels between my story and his were unsettling, so that certainly seeped in>> da un’intervista a bostonist.com). Il disco si è così dimostrato, nel tempo, uno di quei rari alberi di disperazione individuale che, non precipitando in foreste vuote - e c’erano tutti i presupposti perché ciò accadesse con “Hospice”, a partire dall’iniziale autoproduzione- , sono invece ‘schiantati’ direttamente nei cuori ‘feriti’ di migliaia di ascoltatori. Facendosi sentire; eccome. Un lavoro complesso, a tratti infido, disarmonico e urticante all’orecchio - e nell’animo – di primo acchito, fonte di riflessione, ma anche disperazione e catarsi quando metabolizzato. E se la stratificazione (il wall of sound shoegaze, tremendamente ‘epico’, di “Sylvia”, e quello invece più ‘morbido’ di “Bear” ) di un suono spesso ‘reiterato’ (lo strimpellio ossessivo di “Two”; il piano e la marcia pesante di “Kattering”; l’ammaliante circolarità del synth di “Atrophy”) e sempre lo-fi - ma anche diluito da un ambient ‘flou’ -, pare in “Hospice” funzione di una resa ‘drammaturgica’ delle liriche di Silberman, in “Burst Apart”, nuovo album degli Antlers - licenziato a due anni di distanza dalla precedente release - la componente musicale viene invece ‘normalizzata’, facendo maggiormente leva sulle linee melodiche, e su un’attitudine più 'poppy', garantita anche da una produzione molto meno ‘sporca’ e claustrofobica rispetto al recente passato.

In parallelo, permane una certa continuità sul versante ambient, il quale muta sopratutto nella ‘mission’: ad esempio in pezzi come “Putting the dog to sleep”, pezzo incanalato in binari electro atmosferici più ordinati, e relativamente easy-listening.

Normalizzazione, dicevo, la quale è anche conseguenza di un più compatto connubio artistico tra i membri del gruppo (Darby Cicci, piano ed effetti; Michael Lerner, batteria e drum pads), rodato in questi due anni di tour - spesso sold out - in America ed Europa (<<becoming a band was the best thing we could have done>> da un’intervista a whatsonthehifi.com).

E dopo tutto lo ‘strazio’ d’amor patito in “Hospice”, “I Don’t Want Love”, fin dal titolo,  pare una vera e propria dichiarazione d’intenti: ci si muove sì sui terreni della nevrosi – l’’ostinato’ chitarristico sul ritornello, allieta, ma è più per contenere una disperazione che c’è, ed ancora sottopelle –, ma più lontani, e al sicuro, dai vertiginosi panorami dark scrutati sul ciglio di una psicosi profondissima. La brezza psych del synth di “French Exit” (Everyone I hold / Holds me strangle sweet and small / I'm not a puppy you'll take home / Don't bother trying to fix my heart)  lascia il posto al drumming oscuro e al piglio wave delle chitarre in “Parenthesis” (da applausi la linea di basso che si materializza durante la prima strofa); la resa dub, e la posa trip hop di “No Windows” convincono tanto quanto "Rolled Together”, tutta chill-out/jazzy, nostalgie e french touch (Groove Armada?). Due i pezzi che, specie nel cantato (Bon Iver + Hayden Thorpe + Antony Hegarty: falsetto spettacolare), fanno prevalere il tratto più soul di Silberman: la conclusiva “Putting the Door to Sleep” (I’m not gonna die alone / I don’t think so); l’intro banjo e il proseguo elettrico di “Everynight My Teeth Are Falling Out”. Ed è proprio da quest’ultimo punto, che l’atmosfera entro il disco si fa ben più eterea e onirica (Talk Talk e Cocteau Twins, nel sostrato): dopo la strumentale “Tiptoe”, a spiccare è la suite - ‘dreamy’ - di “Hounds”. Il pezzo, non poi così lontano dalle recenti atmosfere di “Fading Parade” - solo meno lo-fi e dal connotato ben più atmosferico (difficile, ma qui ce la si fa) –  è un folk lievemente dark, incantevole nel suo incunearsi in intarsi noir, la cui 'ciclicità' viene contrapposta ad un ambient evanescente, da ‘rifinitura'. Gli ottoni nella coda jazzy (la qualità e quella di “Bear”"Wake", ossia ottima), poi, chiudono con classe il pezzo. Infine “Corsicana” , priva di ritmica percussiva, gioca tutta su oscillazioni del cristallino giro chitarristico; a corredo del pezzo, un testo che affoga in un rimpianto nevrotico (We’ve lost our chance to run / Now the door’s too hot to touch / We should hold our breath, with mouths together), il quale nasconde un ambient angelico sullo sfondo, che pare ergersi dalla superficie in slow motion.

Come per il precedente disco, anche in questo caso risulta quantomeno complesso tirare le fila di un lavoro che necessita, certamente, di tempo e vissuti per farsi apprezzare. Senza dubbio, c’è da notare una maggior varietà (ma non complessità, tutto sommato) compositiva e di stili rispetto ai precedenti lavori, così come una maggior indipendenza degli Antlers dai vincoli di un tema unificante, radicale, il quale ha forgiato, in modo più (“The Hospice”) o meno (“In the Attic of the Universe") palese l’identità della proposta, in passato. Aumentano le chitarre, più incisive qui, e muta il ruolo del synth (e degli ‘effetti speciali’, manipolati da un magistrale Cicci), che ora pare più orientato verso il ‘soddisfacimento’ della forma canzone. E se si perde per strada un po’ di quella sofferta e straziante alchimia simbolica, da concept, di "Hospice", certo "Burst Apart" non delude né in termini di destrezza lirica (Silberman, paroliere tra i più convincenti in circolazione) né per inclinazione - e, sotto certi aspetti, genialità – musicale. Disco, forse, dal ‘carisma’ inferiore rispetto a “Hospice”, ma non meno degno di considerazione e apprezzamento.

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 17 voti.
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Teo 7/10
TheNew 8/10
target 7/10
4AS 7/10
REBBY 8,5/10
giank 7/10
antobomba 5,5/10

C Commenti

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TheNew (ha votato 8 questo disco) alle 17:47 del 8 giugno 2011 ha scritto:

Merita di più

Come già detto dal titolo penso che questo album meriti un 8 pieno, lo trovo davvero bellissimo, una delle uscite migliori dell'anno a mio parere

hiperwlt, autore, alle 18:43 del 8 giugno 2011 ha scritto:

se può consolarti, thenew, sono stato indeciso - lo sono tuttora, in verità... - fino all'ultimo se attribuire 7 o 8 al disco sì, anche per me una delle uscite di punta di questo 2011, per ora!

Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 0:41 del 9 giugno 2011 ha scritto:

Lo sto ascoltando da stamattina: in certi punti sono i Calla di "Televise" (che consiglio se è piaciuto questo)... comunque molto affascinante, per certi versi meglio pure di "Hospice" (che aveva un picco, "Sylvia", ma il resto non all'altezza di quella). Complimenti per la rece Mauro, al solito godibilissima e precisa nell'analisi. Passerò per il votino e quando avrò le idee più chiare.

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 13:50 del 9 giugno 2011 ha scritto:

Mi piacciono, ma non riescono a conquistarmi. Ancora una volta, è l'attitudine epico-spazial-enfatica (che non rappresenta ovviamente un difetto oggettivo, ma un mio limite, piuttosto) a non convincermi... "Hounds" però è molto bella, come la rece

luca_hagakure (ha votato 8 questo disco) alle 17:03 del 11 giugno 2011 ha scritto:

concordo con l'8

target (ha votato 7 questo disco) alle 14:44 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Non ci ho trovato l'intensità di "Hospice", e non tanto per la rifinitura più matura e professionale del suono, quanto proprio per un impatto emozionale più basso, soprattutto in certe iterazioni strumentali un po' stanche. In effetti, però, la qualità è buona. Loro rimangono originali, in uno spazio stretto tra mille influenze e stili qua e là riconoscibili (molti li cita Mauro; io aggiungo gli Air delle onnipresenti vergini suicide in "Tiptoe", e i Sigur Ros, almeno in "Hounds"), ma alla fine ormai portatori di un'impronta loro. Tra indie rock, shoegaze, ambient pop, post rock, su un leitmotiv di fragilità che molto deve al falsetto di Silberman (Salvo, c'è davvero epica/enfasi? in alcuni momenti di "Hospice" c'era, in effetti, un'amplificazione del dolore da drammone ospedaliero, ma qua non mi sembra). Preferisco la prima parte (più legata alla forma canzone pop) alla seconda, che è proprio svaporata. Pezzi top "French exit", "No widow", "Every night...". Bravo Mauro (ma che t'era preso, un attacco di virgolettite? ))

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 16:09 del 17 giugno 2011 ha scritto:

No Fra'? Non so, io un approccio un tantino troppo enfatico lo sento e questo mi crea qualche problemino quando va a sommarsi ad una voce, al contrario, molto fragile. Prendi I Don't Want Love o No Widows... io ci ritrovo un'atmosfera un po' troppo "siderale". Ora come ora french exit è anche il mio brano preferito!

hiperwlt, autore, alle 17:28 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Fra: meno aggettivi, più virgolette !!! sì, dai, in effetti... ho esagerato! comunque: noto che sta piacendo a molti, e non credo fosse così scontato. grazie a tutti del passaggio!

target (ha votato 7 questo disco) alle 18:08 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Non so, Salvo, di certo negli Antlers c'è una tensione ..ehm.. metafisica. I loro spazi non sono intimistici (con eccezioni), però è vero che nel loro cosmo si sta pur sempre soli. Comunque, come si dice dalle mie parti, "i xe gustibus". Resta per me strana questa tua idiosincrasia, perché anche a me le cose 'siderali' e 'cosmiche' non piacciono, dalla letteratura alla musica, ma gli Antlers non me li sono mai figurati sotto quel paradigma. @Mauro: ahah, per ogni aggettivo soppresso sono spuntate delle virgolette? e quando se ne andranno anche le virgolette? ) Secondo me, tornando al disco, piace perché è capace di rivolgersi a più estetiche, a persone, cioè, che ascoltano per il resto roba piuttosto differente.

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 22:31 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Oddio Fra' mi stai facendo venire dei dubbi... Io la sensazione che ho avvertito era quella e l'ho avuta anche col precedente. Tra l'altro, essendo una cosa che digerisco pochino, subito mi stride nell'orecchio... Vedo nella colonnina delle recensioni collegate gli Autumns. Ecco, a prescindere dai diversi generi, a me loro non dispiacciono, ma è la stessa sensazione che mi impedisce di amarli. E poi, rimanga tra noi , non sono un grande amante del post per lo stesso motivo. Difficile da definire. Ecco provo così: musica per spazi troppo (per me, ovviamente) ampi... Pfff, che sudata

Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 23:03 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Quoto duro Francesco: meno epico di "Hospice", più secco e immediato; nel mio caso arriva prima, arriva meglio, e suona benissimo per tutta la durata dell'album (dove invece l'altro difettava, tutto "Sylvia" e pochi altri, splendidi, picchi). Ecco, lo trovo più completo, le melodie non si ripetono mai... e sì, insomma, mi è piaciuto assai. Come per Fra', "French Exit" (bellissimo l'attacco iniziale di chitarra), "No Widows" e "Every Night My Teeth Are Falling Out" gli apici emozionali, ai quali aggiungo giusto "Putting The Dog To Sleep", melancholy-song tristissima ma finalmente fuori dalle mura ospedaliere dell'ospizio.

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 23:11 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Comunque fil, quando dicevo che non sono un grande amante del post scherzavo... :/

Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 23:43 del 17 giugno 2011 ha scritto:

RE:

Hai fatto bene a specificarlo, stavo già per togliere Perfume Genius dall'iPod!

REBBY (ha votato 8,5 questo disco) alle 18:06 del 11 luglio 2011 ha scritto:

un altro attacco di virgolette eheh

Io sento una band in crescita e questo per me è, nel complesso, meglio del precedente. "La componente musicale è stata normalizzata (e questa normalizzazione è anche conseguenza di un più compatto connubio artistico tra i membri del gruppo ... nota sempre di Mauro) facendo maggiormente leva sulle linee melodiche e su un'attitudine più poppy garantita anche da una produzione molto meno sporca e claustrofobica rispetto al recente passato" (e qui si può migliorare ancora, penso ndr). Bravo Mauro!

4AS (ha votato 7 questo disco) alle 15:26 del 27 luglio 2011 ha scritto:

Bel disco e buona anche la voce, a tratti mi fa pensare a Jeff Buckley (soprattutto quando canta in falsetto). La prova del tempo è stata ampiamente superata, due gioielli su tutte: "No Widows" e la malinconica, eterea "Hounds" (che inizialmente avevo sottovalutato...).

simone coacci alle 12:54 del 5 aprile 2012 ha scritto:

Lo riascoltavo ieri notte: questo disco è una meraviglia. Di notte ancor più che di giorno.

REBBY (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:04 del 5 aprile 2012 ha scritto:

Ah ecco spiegato perchè piace così tanto anche a me eheh, io questo lo ascolto quasi sempre di notte!

Jacopo Santoro (ha votato 7,5 questo disco) alle 18:42 del 8 giugno 2014 ha scritto:

Disco davvero molto bello, con una prima parte entusiasmante.

Attenzione all'uscita del nuovo disco tra pochi gironi: i due singoli sono formidabili.