Violens
True
Primo disco su Slumberland per i Violens, “True” (titolo con qualità iconica gabrieliana, secondo il frontman Jorge Elbrecht), licenziato a distanza di pochi mesi da “Nine Songs”, che era compilation di singoli e tentativo di diluire la loro naturale inclinazione new romantic in un impasto indie rock/pop (entro matrici revival shoegaze) ben più solido rispetto ad “Amoral” - aggiungendo un tassello di ordinata ibridazione entro la loro proposta, sempre permeata di estetiche eighties (The Smiths, The Cure, Cocteau Twins) e modus arty (Oh no Ono, Mew).
E diciamolo: i newyorkesi ed ex Lansing Dreiden hanno trasportato, qui, il meglio dalla raccolta (“Totaly True”, “When to Let Go”, “Every Melting Degree”, “Through the Window”; per un giudizio più approfondito), ampliandone la portata estetica, ‘limitata’ e altalenante, con alcuni pezzi di spessore (guitar pop: nell’anedonia dell’interludio “Lucent Caries”, tra le armonie vocali di “Watch the Streams” o con look psych/lo-fi, tra beatitudine e sfregiate in “Der Microarc”) e portamento surf/new wave denaturato (tanto caro ai Drums), fino ad avanzare, aggressivi, verso confini (revival)post punk (“All Night Low” e “Unfolding Black Wings”). Ma è la componente dreamy (che permea tutte le traiettorie del disco) ad esaltarsi in “True”, come nella conclusiva “So Hard to See”: splendido, davvero, il ricamo melodico di tastiere nel suo fluire, su ritmato neworderiano e giro catchy (Johnny Marr). Giro jangle-pop, e aromatico, in esposizione (nelle interazioni con un basso mai così strutturale nelle maglie del disco) anche nell’etere sbocciato d’incanto di “Sariza Spring”.
Sorprende, così, la facilità di ascolto rispetto all’esordio, sebbene sotto il profilo critico non possa dirsi ancora conclusa la transizione stilistica auspicata - ma un passo in avanti verso una forma estetica e ad un songwriting più compiuto, questo certo sì. Da loro possiamo aspettarci grandi cose – e su Storia della Musica abbiamo pochi dubbi - in ottica futura.
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