Rubik
Dada Bandits
Già all’ascolto del primo brano ci si rende conto del perché il titolo dell’album sia Dada bandits: la voce pacata si fa sostenere da effetti elettronici e da un tamburo pieno e martellante nel disegnare un’armonia che si lascia interrompere bruscamente dal frastuono dei piatti e da un vero e proprio grido, andando a comporre così, nell’alternarsi di questi opposti piani sonori, un pezzo dai lineamenti schizofrenici che trova linearità solo nello spazio centrale, grazie allo splendido duetto da ballata indie tra voce e chitarra.“Goji berries” è il titolo di questa folgorante apertura che tutto d’un fiato ci dimostra la magistrale dirompenza dei Rubik, band finlandese al suo secondo album.
E proseguendo nell’ascolto si scopre una solarità che non ci si aspetterebbe mai da un gruppo della gelida Finlandia, ma brani come “Radiants”, “No escape”, “Wasteland” e “Richard Branson’s crash landing” riportano alla mente scenari californiani, distese di erba verde che non hanno mai conosciuto neve o ghiaccio. Le costruzioni sono sempre dadaiste, libere di spaziare tra generi differenti grazie ad un uso ben pesato di effetti elettronici e ai numerosi strumenti, tra cui banjo, trombe alla Goran Bregovic e percussioni.
Ma il brano che più di tutti sembra riuscire a riportare l’intenzione dadaista dell’album è “Indiana”: qui il collage sonoro è eseguito alla perfezione, riuscendo a mitigare anche quell’aspetto schizofrenico violento per mezzo di un missaggio esemplare in cui le parti riescono a congiungersi senza stacchi brutali tra loro. È in questo brano che le atmosfere mistiche e dilatate costruite da una voce echeggiata e una chitarra che riverbera nello spazio sonoro poche note, si allacciano straordinariamente a quegli accordi di pianoforte da carion accompagnati dalla voce leggera che a tratti esplode di rabbia, fino a lasciare libertà a una tromba dagli accenti gitani che conduce il pezzo alla coda finale: a questo punto, dopo un silenzio brevissimo, le chitarre elettriche distorte spalancano lo spazio ad una detonazione punk dove ogni altro strumento, compresa la tromba, esplode per lasciare la conclusione definitiva alla voce che sembra recitare un motto dadaista.
Sarebbe riduttivo pensare a un solo gruppo dal quale i Rubik sradicano letteralmente brandelli di brani per ricostruirli in un’unica composizione: Mars Volta ed Eels sono proprio in “Indiana” rilegati meravigliosamente gli uni agli altri, ma anche altrove sono costruiti collage in cui si intuiscono le sonorità indie-folk di Sufjan Stevens, il punk-jazz dei Jagga Jazzists o il sound californiano dei Thrills. Siamo di fronte a una vera e propria creazione dadaista, non c’è dubbio. Un frullatore dal quale dopo alcuni ascolti riesce ad uscire sorprendentemente un frastuono sensato e divertente di musica indie.
In questo aspetto straordinariamente originale si respira il dadaismo di quest’album, che, come ogni opera d’arte di questo tipo, si maschera finemente da semplice gioco provocatorio, nascondendo agli sguardi poco attenti la qualità innovativa di un’idea che non dovrebbe passare inosservata sul palcoscenico musicale contemporaneo.
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