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R Recensione

7,5/10

Neneh Cherry

Broken Politics

La grandezza di Donald Eugene “Don” Cherry è tale che questi è a pieno titolo considerato come uno dei grandi di jazz e fusion. Un vero e proprio innovatore, quasi quanto il suo grande amico Ornette Coleman, cui va riconosciuto il grande merito di avere dato nuova linfa a un genere che, non fosse stato per questa nuova corrente inaugurata alla fine degli anni cinquanta, forse non si sarebbe mai staccata dagli stilemi classici del genere. Il fatto è che sarebbe comunque riduttivo a questo punto considerare Neneh Cherry come “la figlia (adottiva) di Don Cherry”. Sulle scene sin dagli anni ottanta, Neneh ha una discografia che non è particolarmente vasta. Ha sempre centellinato le sue produzioni discografiche e scelto con grande cura i progetti in cui imbarcarsi. Particolarmente brillanti e di successo in questo senso la collaborazione con Youssou N'Dour negli anni novanta (“7 Seconds”) e quella con il progetto “Demon Days” dei Gorillaz, fino alla brillante partnership con il musicista e compositore di musica elettronica Kieran Hebden aka Four Tet, che ha praticamente tirato fuori il massimo dalla vocalist svedese.

La collaborazione con Four Tet e la pubblicazione di “Blank Project” nel 2014 hanno definitivamente aperto una fase nuova nella sua carriera musicale. L'album è stato giustamente acclamato da critica e appassionati, il sound sintetico minimalista rompeva definitivamente con il passato e ci presentava un'artista matura e perfettamente consapevole dei propri mezzi, dimostrando grande personalità e capacità interpretrative superiori alla media, oltre che una scrittura sensibile. Che in questo nuovo disco intitolato Broken Politics” non ha paura di affrontare tanto temi di natura personale come tematiche di carattere politico e sociale (“Shot Gun Shack”) oppure il tema strettamente attuale e contingente dei migranti, tanto sentita negli US come nel nostro continente e trattata in un pezzo (“Kong”) realizzato in collaborazione con Robert 3D Del Naja dei Massive Attack.

Del resto proprio al gruppo britannico si possono avvicinare alcune forme liquide di questo album: i suoni sintetizzati di “Black Monday”, “Cheap Breakfast Special”, così come il dinamismo cristallino di “Synchronised Devotion” oppure “Soldier”. Ma su tutto spiccano le grandi capacità interpretrative di Neneh, sia che si tratti di sofisticati momenti neo-soul come “Fallen Leaves” oppure il dubstep della già richiamata “Shot Gun Shack”, il groove space funky di “Natural Skin Deep”, il rhythm and blues reso in forme trip-hop di “Faster Than The Truth” e le dimensioni lounge minimal di “Deep Vein Thrombosis”, fino a sperimentazioni sotterranee Radiohead (“Poem Daddy”, Slow Release”). Senza rinnegare la sua natura, del resto si tratta di un disco che pure affrontando temi sociali e politici non si distacca da sé. Neneh Cherry, calatasi appieno in una nuova dimensione sonora con “Blank Project”, adesso dimostra di padroneggiarla con la consapevolezza di una performer e scrittrice mai banale e al contrario elegante, sofisticata e intelligente. Il risultato è un disco che supera i principi del chamber pop e ha le stimmate di un classico della musica jazz e neo-soul del futuro più prossimo e che per questo si può definire come pop nel senso più alto del termine.

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Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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nebraska82 (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:55 del primo novembre ha scritto:

Graditissimo ritorno. Disco veramente incantevole, che mischia abilmente richiami agli anni 90 ( il trip hop di brani come "faster than the truth") a sonorità piu' contemporanee (gli ovvi Four Tet). Bella recensione.