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R Recensione

7/10

Vinicio Capossela

Marinai, Profeti e Balene

Smisurata, quasi insondabile: un’opera definitiva e ambiziosa che solo un talento rinomato e letterato come Vinicio Capossela avrebbe potuto proporre al grande pubblico (di questo paese, di questo tempo), senza ricevere in cambio sbadigli disinteressati o sonore pernacchie. Un epico - è il caso di dirlo – viaggio della conoscenza, attraverso la Bibbia, le metafore di Melville in Moby Dick, Omero e la sua Odissea. Miti e mitologie, dei e deità, favole e parabole, uomini e umanità: un cammino solitario attraverso la letteratura, per la letteratura, in cui perdersi è la maniera più veloce di ritrovarsi, alla fine, e ivi riconoscersi.

Un percorso artistico di molti alti e pochissimi bassi, quello che ha condotto Capossela a questo passo importante della sua carriera: dagli esordi da menestrello sbilenco al romantico tzigano, dalle tambureggianti tarante alle esplosioni circensi, sino al recente passato (il capolavoro Ovunque Proteggi, l’intimo, e riuscito a metà, Da Solo, datato 2008).

Marinai, Profeti e Balene è un doppio album monumentale: basti citare i numeri e i nomi. Diciannove canzoni per un’ora e mezzo di durata, una quantità spropositata di ospiti (dai Calexico a Marc Ribot, dal cretese Psarantonis ai cori degli Apocrifi, delle voci bianche, delle donne sarde, delle Sorelle Marinetti , dai musicisti originali degli esordi ai nuovi musicisti classici, tutti solisti alla Scala… per citarne solo alcuni) e una quantità ancor più smodata di strumenti (oltre ai moderni e ai classici, anche strumenti antichi, dalla lira alle ondioline alla viola d’amore). E poi un pugno di testi dagli altissimi registri, intrisi di poesia greca e di fervore religioso, di epiche morali e colte dottrine. Insomma, detto tra noi, sulla carta ce ne sarebbe abbastanza per scappare a gambe levate. Il risultato, invece, è ben diverso: l’album è imponente ma non ampolloso, è enfatico ma non retorico. Un ascolto impegnato, ma tutt’altro che impegnativo.

Idealmente, non solo fisicamente, il progetto è diviso in due parti: il primo disco, più epico, operistico, biblico, ha in Moby Dick il tema portante, e molte delle sue basi sono state registrate da un pianoforte a coda issato nella sacrestia della cattedrale del castello di Ischia. Diversi brani del secondo disco, per certi versi più intimo, ispirato all’Odissea, sono stati incisi  invece a Creta (“le canzoni per le quali serviva la presenza degli dei”, ha ammesso lo stesso Capossela in un’intervista). Essendo lavoro immane, e anche presuntuoso, cercherò di non sviscerare per filo e per segno le tematiche dei singoli brani, lasciando che l’ascoltatore ritrovi nel piacere stesso del viaggio la propria individuale interpretazione. Anche perché il Nostro ha sentenziato che nel disco “la forma canzone è un pretesto, viene rispettata il meno possibile”.

Sommariamente, comunque, Marinai, Profeti e Balene è questo: nella prima parte l’apertura è affidata a Il Grande Leviatano, direttamente dalla pancia della balena, inno sacro con tanto di cori e organo, seguita da L’Oceano Oilalà, ebbra ode flautata che ricorda il De Andrè dei lavori medievali. Pryntil è disneyana sigletta anni ’30, Polpo d’Amor (musicata dai Calexico) tango elegante e sinuoso, Lord Jim danza morbida e solitaria sul tema dell’espiazione. I brani del primo cd sono come pervasi da un’ovatta sensoriale acquatica, più una percezione che un suono vero e proprio, che persevera in La Bianchezza Della Balena, uno dei pezzi più pregiati del lotto, accompagnata non a caso dal coro delle voci bianche “Mitici Angioletti” e sferzata dall’elettrica di Alessandro ‘Asso’ Stefana. Billy Budd è un blues strascicato impreziosito dalla chitarra di Marc Ribot, I Fuochi Fatui è pura teatralità, diseguale, visionaria. Job, parabolico levare alla Nick Cave, precede la conclusiva La Lancia del Pelide, sferrata dolcemente, trait d’union che conduce salvifica alla seconda parte, al secondo disco.

Ci aspetta sull’altra sponda Goliath, circolare nel significato, sbilenca e sbuffante nell’accompagnamento, che si fa tetro e a tratti tellurico quando incontriamo il Ciclope ubriaco di Vinocolo. Intima e straziante è l’attesa di Penelope ne Le Pleiadi, mentre altrove un Aedo cantastorie ci introduce a tre momenti piuttosto deboli: il valzerino de La Madonna delle Conchiglie, Calipso, esotica e assolata, Dimmi Tiresia, classicamente caposseliana. La vivida Nostos è l’ultimo momento epico dell’album, prima della chiusura piuttosto stucchevole di Le Sirene.

Moltissima carne al fuoco, dunque, accompagnata da contorni di ogni genere e bagnata abbondantemente dal vino torbido e liquoroso dei nostri bisnonni. Una di quelle rare sbornie che ti addormentano senza avvisarti, e più tardi, nei sogni, ti fanno vedere chi sei.

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 13 voti.

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PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8 questo disco) alle 9:23 del 16 maggio 2011 ha scritto:

Ho trovato un po' pesantuccio sciropparsi i due ciddì tutto d'un fiato. Poi mi son detto: "Hey, ma non devi mica per forza sentirlo ogni volta tutto dall'inizio alla fine" e quindi così facendo sono riuscito ad apprezzarlo di più. Sicuramente un disco valido, con tanta carne a fuoco come tu stesso dici, pieno zeppo di richiami alla letteratura, e composto da diversi stili, dalla ballata al brano allegro, passando per pezzi quasi recitati. Non tutti i pezzi sono di livello, ma mi pare che ce ne siano parecchi ottimi. In definitiva, me gusta.

skyreader (ha votato 8 questo disco) alle 11:29 del 16 maggio 2011 ha scritto:

Il fascino dei mari di Capossela

Il primo cd ha, tranne che per tre episodi ("Lord Jim", "Polpo d'Amor", "La lancia del Pelide") testi tratti / rielaborati / ispirati da altri e alti autori: Melville ("Moby Dick" su tutti, nella traduzione di Cesare Pavese) e L.F. Celine e ovviamente il Libro di Giobbe (per il brano "Job"). Il secondo CD, musicalmente leggermente inferiore rispetto al primo, vede invece tutti i testi di Capossela. Non sono un fan sfegatato di Capossela, ma devo dire che sono completamente avvinto da questo nuovo lavoro: forse sono affascinato più dal coraggio che dalla musica. Non lo so ancora, ci sto vivendo dentro dall'uscita. E' una immane rilettura in musica della letteratura del mare. Ovviamente quella più oscura fatta di pirati, di animali mitologici, di navi negriere, di marinai in battaglia, di divinità molto "umane" e di esseri umani quasi divinazzati. Eroi neri. "La bianchezza della balena" (con fraseggi di piano degni del miglior Piovani) è un brano che vale una carriera, ma anche il blues piratesco "Billy Budd" cantato con la voce alla Renato Rascel (non riesco a fermarmi nel canticchiarlo in continuazione), il sacrale poema di "Job". Non credo che si possa fare una analisi dei singoli brani: questo lavoro non è la somma di singoli episodi, altrimenti una "Pryntil" o una "La Madonna delle conchiglie" rimarrebbero necessariamente fuori da una apprezzamento globale. No, questo disco va preso in blocco: il suo coraggio, il suo poderoso vocabolario sta in questo, nelle cose piccole e in quelle esagerate. Musicalmente è ricchissimo, passando, senza soluzione di continuità, dalla musica tradizionale (mediorientale o del nord europa) a quella colta tipicamente occidentale. Vale la pena scorrere tutti gli strumenti incastonati in un unico sforzo. E' difficile dare oggi un parere definitivo. Io ho la percezione che di questo disco se ne riparlerà in termini di oggettiva eccellenza magari fra dieci o venti anni. Io con questa fiducia affido a questo album, a questa speranza un punto in più. Specialmente in confronto a quello che la musica italiana rappresenta oggi. Sigh! Si potrà anche continuare a ricondurre Capossela a Paolo Conte, Tom Waits, Nick Cave, ma non credo che ciò servirà a dare una dimensione effttiva della sua portata musicale.

farmerjohn (ha votato 8 questo disco) alle 9:51 del 17 maggio 2011 ha scritto:

...questo disco va preso in blocco...

super daccordo su questo punto ed inoltre credo che come mai in passato questo disco necessiti della veste scenografica del concerto, comunque grande Vinicio, per alcuni tratti il suo lavoro più ideologico

bargeld, autore, alle 23:51 del 17 maggio 2011 ha scritto:

Stefano, concordo pressoché su tutti i punti della tua ottima analisi. In effetti inizialmente pensavo di recensirlo in fretta, dopo due giorni o tre di attenti ascolti (sul web, si sa, è più importante quando si dice una cosa, e non come la si dice), ma alla fine ho deciso che proprio non potevo riservargli alcun trattamento di sufficienza. Come dici tu, è in blocco che fa la differenza, proponendo un coacervo di stimoli poderoso e in un certo senso rischioso. In questo lavoro più che in tutti gli altri, Capossela si affranca dalla sua matrice waitsiana, e si impone al grande pubblico con le spalle larghe di chi nella storia della musica italiana ci è già entrato di diritto. Detto questo, il suo capolavoro resta secondo me Ovunque Proteggi, che riesce a sintetizzare una mole impressionante di stili e idee con una naturalezza e una personalità disarmante. Qui è tutto più liquido (non a caso), dilatato (non meno suggestivo, ma è questione di punti di vista). Il mio voto da utente sarebbe stato tranquillamente l'8, da recensore ho cercato di mantenermi più cauto, visti alcuni fattori se non altro discutibili (la conclusione della recensione, letta tra le righe, dice più di quanto non voglia).

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 19:30 del 17 giugno 2011 ha scritto:

step ahead per achab-vinicio, rispetto a "da solo": un disco, "marinai, profeti e balene" che è soprattutto un viaggio all'interno dell'arcaico, nel mitologico, in stretto contatto con le fascinazioni e le visioni epiche della letteratura del mare (aggiungo conrad, rispetto a quanto detto), attraverso la sensibilità, la fantasia e sì, anche l'istrionicità di questo (a mio avviso) fantastico autore. chapeau a Daniele, per l'ottimo scritto; e idem a Stefano, per il commento! "le pleiadi" (mio dio...), "job", "la bianchezza della balena" le mie preferite: concordo, però, che il disco debba essere fruito in blocco, per essere apprezzato appieno. non è ancora il tempo di un'analisi totale: mi sento, comunque, di votare il disco. 8!

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 21:15 del 8 novembre 2011 ha scritto:

Targa Tenco a “Marinai, Profeti e Balene”: migliore disco del 2011! quante belle notizie quest'oggi! )))

REBBY alle 10:24 del 30 gennaio 2012 ha scritto:

Ed è la terza (le precedenti con Canzoni a manovella e Ovunque proteggi). Comunque penso anch'io che quest'album godrà di ancora maggiore considerazione col passare del tempo. Anch'io, nel mio piccolo, continuo a preferirgli Ovunque proteggi, anche se ad ogni ascolto la "distanza" tra i due sembra assottigliarsi. Per me Capossela numero uno (tra i cantautori italiani attualmente in attività) eheh

skyreader (ha votato 8 questo disco) alle 13:59 del 30 gennaio 2012 ha scritto:

Sono anch'io fermamente convinto che fra qualche tempo, ci si rivolgerà a questo, come ad altri suoi dischi, come si fa con i lavori di De André. Non stupisca l'accostamento, ma la suggestione che affiora sulle acque inquiete di "Marinai, Profeti e Balene" me la continua a suggerire, pian piano che passano i mesi dalla sua release... e anche ogni volta che mi gira "L'Oceano Oilalà" con il moto ondoso che riporta a "Volta La Carta" ;o)