R Recensione

7/10

Vinicio Capossela

Da Solo

Capossela è il più grande autore italiano della sua generazione. Il più grande affabulatore. Il più grande “metteur en son”. Il personaggio più carismatico. La sua carriera è stata un’oscura, faticosa, irresistibile ascesa. Solo la sua predilezione per la lingua di Gadda, di Guerra e di Pasolini, diversamente da quella di Dylan, gli ha precluso pubblici e palcoscenici internazionali più ampi di quelli esotici e polverosi che ha già calcato in giro per il mondo. I suoi dischi sono fatti per durare. Sarà scontato ma è così. Repetita juvant. Specie in un’epoca, come questa, che dimentica in fretta. Dove il disco del mese di gennaio rischia di non essere nemmeno citato nelle poll di dicembre.

Il nuovo Da Solo, senza fare eccezione, ne conferma tuttavia la regola. Eppure, ascolto dopo ascolto, insieme alla pienezza di un’opera matura, originale, ricercata ma non per questo meno coinvolgente, si fa strada anche il sentore, o il sospetto, che si tratti di una mezza occasione persa. Di un piccolo passo indietro, rispetto agli sterminati primordiali orizzonti schiusi dal suo predecessore, Ovunque proteggi.

Mi spiego meglio: questo è il disco più americano di Vinicio, prodotto fra Milano e New York coi contributi tecnici di Taketo Gohara, Andy Taub e JD Foster, musicisti di caratura folk mondiale come Joey Burns e John Convertino, Frank London e Matt Diarrau (dei Klezmatics) e Pascal Comelade e la sua orchestra di giocattoli, per certi versi il più debitore alla norma waitsiana dall’inizio della sua carriera. Gli arrangiamenti, “per piano e strumenti inconsistenti”, sono crepitanti e crepuscolari, curati ed artigianali, punteggiati sullo sfondo, in modo da lasciare in campo aperto la recitazione, perché di recitazione si tratta, appena camuffata da una tenue melodia, tanto che Capossela sceglie più spesso la via del solfeggio, della nenia, della cantilena o dello spoken word che l’impeto del cantato.

L’affresco poetico fa tremare le vene ai polsi: una riflessione agro-amara sulla solitudine, sull’accettazione della stessa come traguardo esistenziale, dolorosissimo punto di cesura fra sogno e realtà, fantasia e bisogno, arte e vita; il circo, metafora caveiana/felliniana della fiera umana delle diversità, ha chiuso i battenti, il suo tendone s’è afflosciato sotto le intemperie del destino, il suo bestiario di freak innamorati, clown tristi e acrobati claudicanti, è ora libero di disperdersi ai quattro angoli del mondo, di sperimentarne l’ottusa meraviglia, l’assuefatta penuria di senso, di assaggiarne la metà spaiata che c’illude, ci sazia, ma non ci completa. L’impressione è che l’impianto musicale sia fin troppo gracile e ripetitivo e che rischi di vacillare sotto la mole di una tale potenza evocativa. Caratteristica che combinata al minutaggio piuttosto corposo della maggior parte dei pezzi, in certi punti, sembra mostrare la corda del compiacimento letterario e della verbosità.

 Ma, come dicevo, è solo un’impressione. A fugarla quattro canzoni di valore assoluto che fanno rifulgere tutto l’insieme di luce più o meno riflessa. Cominciando dalla numero tre, Parla Piano, scuro e soffuso confidenziale anni ’60, solenne pianistico fino al sospiro profondo e orchestrale del ritornello, sintesi ideale di Tenco, Ciampi e Conte, se mai ce n’è stata una; Orfani Ora, tra il De Andrè ’70 e il Waits ’80, col piano liquido, il rullante marziale, i ricami del theremin e dell’organetto; La Faccia Della Terra (coi Calexico), costruita intorno sugli intrichi del banjo e delle chitarre messicane, sui fiati mariachi, dove le tinte fosche della murder ballad e gli exempla del sermone pastorale si popolano d’ immaginette che sembrano ritagliate da “Spoon River”; infine, per la nostra rubrica “Canzoni da ascoltare in religioso silenzio”, Lettere Di Soldati, roba da mozzare il fiato, “Addio Alle Armi A Nassiria”, poteva intitolarsi, e ci sarebbe stato comunque ben poco da aggiungere.

Il resto sfila a testa alta, senza sfigurare ma neanche trascendere, nel perimetro delineato da questi quattro vertici: l’arrangiamento sognante e gli strumenti fantasiosi (cristallamonio, celesta, arpa, sega, melodica e dio solo sa cos’altro) di Sante Nicola, un minuetto in cui Nino Rota incontra Danny Elfman, Vetri Appannati D’America fra il Morricone di “C’era una volta…” ed Edgar Lee Master, Leone e  “Il falò…” di Wolfe, un’America sfinita e silenziosa spiata con gli occhi ingenui e impietosi d’un perenne emigrante, la filastrocca esistenziale de Il Paradiso Dei Calzini, fra Sergio Endrigo e il vaudeville, i suoni scoppiettanti da vecchio grammofono di Una Giornata Perfetta, fra Benny Goodman e il Quartetto Cetra, il Carosello da Salvation Army de Il Gigante e Il Mago e via di seguito.

Con una dedica speciale a tutti i vagabondi della terra e a chi questo Natale lo passerà “da solo”.

V Voti

Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 8 voti.
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REBBY 6/10
george 7/10
F-000 7/10

C Commenti

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bargeld (ha votato 7 questo disco) alle 21:29 del 28 marzo 2009 ha scritto:

concorde sul voto... dopo la sbornia inarrivabile di Ovunque Proteggi un album abbastanza interlocutorio, con piacevoli vette e poche sbavature.

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 0:35 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Questa rece (splendida) mi era sfuggita. Mi sa che è stata scritta mentre gironzolavo per Cuba con la mia famiglia (sigh). Si, dopo i botti di Ovunque proteggi questo è un album che, al contrario, non aggiunge nulla alla sua carriera. Parla piano è la mia preferita.

g.falzetta (ha votato 8 questo disco) alle 13:35 del 9 luglio 2010 ha scritto:

Male non è, ma non è ai livelli di Ovunque proteggi. Ad ogni modo, per me Capossela ad oggi è il miglior musicista del panorama musicale italiano