R Recensione

7,5/10

Burzum

Filosofem

Datemi pure del malato, ma da fiero "non appassionato" di metal continuo a considerare quella black come una delle sue derive più stimolanti, non fosse che per la quintalata di contraddizioni e aneliti di cui si fa carico: da un lato sommo concentrato di pose/contenuti squisitamente “metallici” (dal look all’ideologia portante, dalla musica alla fascinazione per l’occulto: il black metal è “il” metal), dall’altro alfiere di un’estetica sonora volutamente lo-fi, sporca e anti-tecnica, tale da porsi in parziale alterità rispetto alla macro-categoria di riferimento.

Il black come figliastro poco restio a farsi addomesticare, quindi; ascesso “nordico” di cattiveria e sonorità estreme che, sbavando per livelli d’efferatezza sempre più sconcertanti, ha curiosamente finito col dimostrarsi uno dei segmenti maggiormente permeabili alle influenze esterne (un paradosso, se si pensa alla purezza autoctona di cui ama(va)no fregiarsi le band del cosiddetto “norwegian black”). Ecco quindi sfilare gli spauracchi del black “ambientale”, sinfonico, folk, industrial, fino alle escrescenze “weird” (Abruptum i padrini) e altre aberranti sottocorrenti di cui è bene non proferir parola; definizioni che, una volta tanto, paiono trovare giustificazione non tanto – o non solo – in quella maniacale “vis catalogandi” che da sempre affligge i “metalheads”, quanto nella necessità di “registrare” le diramazioni di un linguaggio fra i più ambigui, e quindi galvanizzanti, di una modernità sotterranea con cui è interessante confrontarsi. Prese le dovute precauzioni, ovviamente.

Il personaggio di cui mi accingo a parlare non è proprio uno stinco di santo. Anzi, a dirla tutta è un omicida: nel ’93 ha infatti trucidato Euronymous (al secolo Øystein Aarseth), chitarrista dei Mahyem e suo primo mentore, in un momento in cui le lotte intestine al feudo black, nonchè la rivalità fra questo e il death metal svedese – accusato d’esser “marchettaro” e propenso a intrallazzi col music business (!) –, iniettavano dosi di rivalità “pseudo-gangsta” nelle vene scure dei suoi protagonisti. Varg Vikernes (o Conte Grishnackh, come si faceva chiamare all’epoca) era uno dei personaggi che animavano questa atroce realtà parallela; una realtà popolata non da pittoreschi “niggas” dal grilletto facile, bensì da ragazzetti patiti di Venom, Bathory, Celtic Frost, e frequentatori del ritrovo esoterico noto come Inner Circle, situato nel negozio di dischi aperto da Euronymous stesso, lo “Helvete”.

Non è questa la sede per ripercorrere le gesta che hanno portato all’exploit della cosiddetta “black metal mafia” – della quale, peraltro, molti dettagli sono ancora avvolti nel mistero –, ma basti ricordare che è con Vikernes che inizia la stagione dei roghi alle chiese, presto divenuti il passatempo preferito dalla fauna “black” locale (in una ipotetica top ten delle cose da fare prima della maggiore età, non avrebbe avuto rivali). E proprio questa volontà di “portare l’Inferno sulla Terra” segna un altro – tragico – scarto rispetto al metal tout court: laddove questo si è sempre accontentato di proiettare il malessere esistenziale in un universo fantastico e lì confinarlo, il black scandinavo, vuoi per l’isolamento geografico e culturale rispetto all’impero anglofono, vuoi per la possibilità di attingere a un repertorio mitologico  percepito come “stato di natura” da rievocare in ogni dettaglio, interviene sulla realtà fenomenica, piegandone il vissuto alla rappresentazione.

Se i Manowar – tanto per citare il prototipo della band agghindata alla “Conan il Barbaro” –  vogliono solo “giocare” ai guerrieri, e così i loro fan che al 90%  restano bravi ragazzi con un brillante futuro nell’avvocatura o nella finanza (poveri loro e noi…), gente come Vikernes o Bård G. "Faust" Eithun (primo batterista degli Emperor, condannato a 14 anni di carcere per aver massacrato con 47 coltellate un ragazzo omosessuale che aveva tentato di abbordarlo) vivono come guerrieri, perché esaltati, incoscienti, probabilmente prigionieri di un disagio psicologico che trascende ogni categoria estetica o sociale.

Musicista megalomane, machiavellico, con uno sfrenato culto per l’individualismo più esasperato e destroide, Vikernes fonda gli Uruk-Hai in quel di Bergen, nel 1987, ma presto si rende conto di quanto i suoi compagni di sventura siano impreparati per il tipo di musica che ha in mente. Li abbandona nel ’91 per unirsi agli Old Funeral (i futuri Immortal), salvo poi reinventarsi “one-man band” sotto la sigla Burzum e incidere, in pressoché perfetta solitudine, ben quattro album (fra i quali lo stesso “Filosofem”) e un EP nel solo biennio ‘92/’93; come contentino per compiacere Euronymous, suona anche il basso nel manifesto “De Mysteriis Dom Sathanas” dei Mayhem, pubblicato quando il nostro è già dietro le sbarre. In pentola bolle quindi uno spirito mai domo, anelante sincera diversità in un panorama ove è all’ordine del giorno cercare il consenso della comunità, restando il più possibile entro un recinto ben specifico di pose e stili.

“Nel registrare tutti gli album di Burzum ho usato una vecchia chitarra Weston comprata in saldo nel 1987. Il basso che ho usato era il basso più a buon mercato che aveva il negozio, non so se fosse di seconda o terza mano. Non ho mai controllato, né ho mai pensato di farlo. La batteria? Mi facevo prestare il drum kit dal batterista degli Old Funeral, o di un qualche altro musicista che viveva nelle vicinanze, senza pensare troppo alla qualità delle pelli o ad altre stronzate simili.”

No, non sono le parole di un punk, anche se non si farebbe fatica a cascarci, a riprova di quanto l’etica del DIY, piaccia o meno, abbia contagiato gli strati più sotterranei del “metallo pesante”. Lasciamo quindi da parte, per un attimo, le questioni più spinose dell’ideologia “burzumiana” (il ritorno al paganesimo pre-giudaico, condito da influssi fantasy e retaggi antisemiti), idee per lo più imbarazzanti che, almeno in questa sede, non mi preme approfondire; diciamo invece dell’unicità di un suono che, non senza passi falsi, Vikernes è riuscito a sviluppare pienamente con “Filosofem” (1996), sorta di anello di congiunzione fra le tensioni chitarristiche del primo periodo e i desolanti paesaggi ambientali dei suoi “prison tapes”. È opportuno altresì ricordare come esistano in circolazione due diverse versioni dell’album: quella originale norvegese e quella tedesca (la più comune) con i titoli tradotti; per comodità conviene rifarsi alla seconda, anche se qualche precisazione in corso d’opera sarà d’uopo. Ma procediamo con ordine:

1)Questione chitarre. Premesso che la chitarra nel black ha un suono assolutamente peculiare, granuloso al punto da giustificare, in certi casi, qualche similitudine con lo shoegaze per il modo di saturare lo spettro sonoro (Alcest docet), qui Vikernes aumenta la posta in gioco: per “Filosofem” non usa amplificatori convenzionali, ma collega la chitarra direttamente all’impianto hi-fi del fratello e, con l’ausilio di qualche vecchio pedale fuzz, genera un immarcescibile “trance black metal” di lercia, poetica sporcizia.

2) Questione voce. Distanziandosi in parte dallo “scream” mefistofelico cui si è soliti associare il filone “nero”, mastro Burzum opta spesso e volentieri per un lamento distante, distorto ma controllato. "Chiesi all'ingegnere del suono il peggior microfono che avesse, ma finii con l’usare l’auricolare compreso in un set di cuffie”, spiega lui. E davvero non servono altre parole.

3) Questione ritmiche. Se paragonate ai bpm tachicardici e alla caoticità paradossale della media black, le ritmiche di Burzum sono stranamente “lente” e ordinate, in questo saldamente ancorate alla matrice “blackened-thrash” dei Celtic Frost; senza contare che gran parte del disco è praticamente alla mercé di sedute ambientali (poco importa siano generate da tastiere o da chitarre: l’effetto è quello) da cui la batteria è ovviamente esclusa.

Questo solo per rimarcare l’originalità produttiva e stilistica di Burzum. Poi c’è il discorso canzoni. Il manifesto programmatico “Dunkelheit” (il titolo originale dell’edizione norvegese era “Burzum”, ed è la prima canzone scritta da Vikernes) si snoda solenne fra riff mandati al macero e contrappunti di tastiere capaci di generare una densità materica davvero inconsueta; poi trame minimali, bulbi di tenebre che ti pesano addosso come macigni (“Erblicket Die Tochter Des Firmaments”), ossimori elettrici per riconciliarci con la nostra preistoria emozionale. Il must della prima metà è però “Jesus’ Tod”: un riff principale altissimo che è quintessenza black per antonomasia (oscilla fra triadi minori arpeggiate, procede per semitoni, abolisce la scala pentatonica per crogiolarsi nei modi più vari, risonanti), doppia cassa a go go e, di contorno, olezzo di carne bruciata, sangue e zolfo. Un tornado sonico che, però, non perde mai la sua quadratura, il suo procedere marziale, quasi fosse un giocattolo “gotico” dei Killing Joke (possibile?).

I 25 minuti di “Rundgang Um Die Transzendentale Saule Der Singularitat” adocchiano da vicino il “dark ambient” tout court dei futuri "Dauoi Baldrs" (1997) e “Hliðskjálf” (1999), entrambi registrati in carcere. Già si nota come Burzum abbia optato per un suono intimo, misterioso, sottilmente malinconico, che nulla ha della pomposa epicità di un Mortiis, tanto per dire. Un gioco di rimandi “carpenteriani”, glaciale minimalismo per boyscout, una cellula “kraftwerkiana” che ballonzola nell’oscurità e resa più dinamica dal vibrare dei bassi. In realtà, il punto forse più alto della sperimentazione di Burzum sono le due parti di “Gebrechlichkeit” (“Decrepitude”), equamente spartite fra rumori concreti, riverberi, il gocciolio sinistro di un pianoforte trattato, e infine gli arpeggi funebri di chitarre che ossidano gli spazi con calcare e lacrime (gli Have A Nice Life devono essersele ascoltate a dovere). Un “black hole” di depressione cosmica, che le urla disperate in sottofondo rendono ancor più straziante.

Questo è “Filosofem”, tempesta “imperfetta” di opaca fissità, ancestrale richiamo per anime dannate. Il disco più riuscito della discografia burzumiana, e che l’autore stesso non sembra aver intenzione di replicare in quanto a qualità. Del resto, il recente tentativo di fuga, nel 2003, durante un permesso per il weekend concessogli per buona condotta, non fa che confermare la natura tutt’altro che lucida dell’uomo. Aspettarsi da lui altra musica è, a questo punto, altamente improbabile. Pazienza: il black metal farà a meno di uno dei suoi folletti malefici, nonostante pochi come lui possano rivendicarne una visione sì decongestionante e “altra”. Mandiamogli un cesto d’arance, forse se le merita.  

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 12 voti.
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bart 6/10
luca.r 2/10

C Commenti

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Mr. Wave (ha votato 8 questo disco) alle 1:48 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

Sono felicissimo di trovar finalmente pubblicata la recensione di 'Filosofem' di Burzum, su Storiadellamusica (tra l'altro 'richiesta' in 'bacheca classici' dal sottoscritto cos'altro dire?! Sono, d'accordo su tutto il tuo scritto, quindi complimenti Matteo, ottima recensione come al solito

Mr. Wave (ha votato 8 questo disco) alle 1:50 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

p.s.: descrizione e analisi dell'opera e dell'artista, esemplari

fabfabfab alle 9:48 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

Bravissimo Loson... bel disco assolutamente da rivalutare, probabilmente messo in ombra dai coevi fatti di cronaca. Quanto alla Black Metal Mafia, credo che come fenomeno partisse da presupposti completamente opposti rispetto alla mafia delle gang hip-hop, dove la musica e il potere economico che da essa può arrivare servono come "riscatto sociale". Credo che nel caso di Burzum & co. la violenza nacque dalla noia, dalla mente gonfia di cazzate medievali e pseudo-filosofiche (perchè libera da ogni altra preoccupazione) di ragazzini in cerca di stimoli perchè consci del loro destino di "bravi ragazzi con un brillante futuro nell’avvocatura o nella finanza" (grande Los!). Quindi io le arance gliele porterei anche, ma gliele tirerei in faccia da distanza ravvicinata. Dopo averle congelate, ovviamente.

Ivor the engine driver alle 11:25 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

bell'analisi di sto personaggio e della scena Black, ti sei letto Lord Of Chaos per caso? Ad ogni modo 14 anni fa uscivo spesso con un tipo che suonava e sentiva Black, e mi ricordo le lettere che scambiava con Burzum dal carcere. Che dire, la chitarra zanzara del black mi fa cagare copiosamente, tanto quanto quella limpida e cristallina del power metal & affini, ma concordo col dire che musicalmente, sono stati gli unici ad aprirsi a contaminazioni impensabili per altri gruppi dell'area metal. Per quanto non scordiamoci l'impollinazione reciproca fra metal e HC, dove forse alla fine i risultati sono stati per un periodo, migliori. Vedi alla voce grind core, soprattutto l'epopea dei Napalm death, evolutisi almeno fino a fine 90. Ho fatto due chiacchiere a Oslo con degli amici norvegesi proprio riguardo alla presunta integrità dei blacksters....e mi ha rivelato cose divertenti, come il fatto che in Scandinavia e in patria nessuno li prende sul serio, solo gli stranieri; che (mi sembra) il cantante dei Marduk è un promoter di Gucci (!!) e cose simili. Devo dire che mi ha fatto piacere, vuol dire che una vita normale e un abbigliamento normale ce l'hanno pure loro! Però stona con l'aura da autoctoni nazi che si portano dietro.

loson, autore, alle 16:18 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

Tutto giusto quello che dici, Fabio. Quando ho parlato di rivalità pseudo-gangsta a proposito della black metal mafia non era certo per tracciare un parallelismo diretto fra le due esperienze. Pensandoci bene, però, mi sembra che la vera differenza sta nel fattore economico: le uccisioni e i reati non entrano nella logica Considera, ad esempio l'omicidio di Euronymous: Burzum era entrato fin da subito nelle grazie di Euronymous (a conti fatti il guru della scena, dalla seconda metà degli '80 con i Mayhem) e col tempo era riuscito addirittura a spodestare il maestro in quanto ad apprezzamento fra le file black, vuoi per il suo essere un personaggio ben più "cattivo" (Euronymous sotto sotto era un anarchico con la passione per il satanismo, Burzum invece un vero destroide antisemita), vuoi per l'incapacità di Euronymous di gestire la sua etichetta discografica. Si diceva in giro che Euronymous volesse uccidere Vikernes per vendicarsi di qesto "sopruso", e così quest'ultimo lo ha preceduto. A ben vedere, le motivazioni non sono poi così distanti da un qualsiasi regolamento di conti fra mafiosi. Certo, manca il fattore economico, e infatti qui ci si gioca il prestigio in una "realtà parallela", un mondo che, come dici tu, è creato dalla noia, dall'assuefazione alla piattezza del vivere.

fabfabfab alle 12:22 del 12 aprile 2009 ha scritto:

A quanto pare gli hanno concesso la libertà vigilata, favorita dalla buona condatta e dalle sue recenti dichiarazioni di pentimento rilasciate ai giornali. Correte a nascondervi.

simone coacci alle 19:32 del 12 aprile 2009 ha scritto:

RE:

Wow, ma allora il sistema funziona!

simone coacci alle 19:45 del 12 aprile 2009 ha scritto:

No, mò sta cosa m'ha fatto venire in mente un film malatissimo che ho visto tempo fa. Non chiedetemi il titolo erano le quattro di mattina e io stavo malissimo, poteva anche essere un'allucinazione causata dalle previsioni meteo. E c'era un tizio che diceva che dovevamo prepararci, che in un futuro prossimo venturo gli ariani si sarebbero scontrati coi neri per il controllo del pianeta e tutte le razze intermedie avrebbero dovuto scegliere da che parte stare. Beh, io credo che se un'eventualità del genere si presentasse, imbraccerò il mitra di Tupac e farò piazza pulita di quanti più stronzi cripto-nazisti riuscirò a mettere nel mirino. No parlando seriamente Burzum è un personaggio estremo, complesso ed affascinante e la recensione è bellissima. Complimenti.

bart (ha votato 6 questo disco) alle 22:53 del 12 maggio 2010 ha scritto:

Angoscioso

Musicalmente non mi dispiace, sono le urla di Varg Vikernes che trovo spesso gratuite ed esagerate. “Rundgang Um Die Transzendentale Saule Der Singularitat” è il pezzo più interessante, ma i suoi 25 minuti sono decisamente troppi; una composizione così lunga dovrebbe essere più varia, invece di ripetere all'infinito sempre lo stesso motivo.

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 9:15 del 17 luglio 2013 ha scritto:

Il disco è molto bello, anche se è l'unico che mi piaccia in tutta la discografia. Il personaggio va beh è pericoloso, vomitevole e insulso.

ProgHardHeavy alle 12:37 del 10 settembre 2014 ha scritto:

Il Black è uno dei pochi generi metal che non fanno per me, ma questo disco non si può dire sia brutto. Non voto per il semplice fatto che non saprei che voto dare.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 5,5 questo disco) alle 13:43 del 10 settembre 2014 ha scritto:

... io gli darei l'ultimo ascolto ... potrebbe essere quello decisivo!