Arcade Fire
Funeral
Che un disco, nel breve giro di un paio di anni, riesca a diventare già un classico è evento ben raro. Tale è il caso del debutto sulla lunga distanza dei québécoise Arcade Fire, capitanati dalla coppia nella vita Win Butler/Régine Chassagne: dieci pezzi di un indie rock vitalissimo e festoso riuniti sotto un titolo funereo, dovuto alle vicende luttuose che accompagnarono come una maledizione i componenti della band durante la produzione del disco. Ma il paradosso, agli Arcade Fire, piace: la copertina calorosamente arancione contrasta con le fredde vedute nevose che continuamente spalancano i testi, come il fuoco del nome litiga con il gelo del pezzo d’apertura - “Neighborhood 1 (Tunnels)” - primo episodio di una tetralogia di canzoni sul vicinato. Il binomio caldo/freddo rende bene l’idea del disco, perché gli Arcade, quando rallentano i ritmi e rinsecchiscono i suoni, diventano domestici e pantofolai, guardano il mondo ghiacciato dalla finestra mentre sorseggiano un tè col riscaldamento a palla; quando escono allo scoperto e spingono, invece, lo fanno ricoprendosi di suoni fantasiosi e colorati, proteggendosi con melodie alcoliche, voci avvinazzate e strumenti come maglioni pesanti. Fisarmoniche, piani, violini, organi, xilofoni, chitarre di ogni tipo: non c’è indumento strumentale a cui Butler e compagni non ricorrano per riscaldare i pezzi, stipandoli di suoni che producono calore solo per la calca.
Nel brano iniziale gli Arcade Fire sono già loro all’ennesima potenza: una batteria semi-disco, una foresta di suoni graffiati sullo sfondo (per cui il richiamo ai Talking Heads, così frequente, è davvero doveroso), una chitarra elettrica e un basso volutamente grezzi e sbronzati, la voce sbilenca di Butler. Ancora più convincente il seguito (“Laika”), dove è la fisarmonica a reggere l’impalcatura, mentre i violini e le chitarre cercano di confondersi tra loro giocando a nascondino in quell’accozzaglia di piante nordamericane che è lo sfondo sonoro di ogni canzone arcadiana: nel finale, allora, si può persino ballare alle luci abbaglianti delle macchine della polizia.
Il vero tratto peculiare degli Arcade Fire è che, ahiloro, si annoiano presto: all’ascoltatore, tuttavia, vanno i giovamenti di questa instabilità un po’ capricciosa, perché le sorprese sono continue, i giocattoli sono sempre nuovi, i pezzi che sembrano dirigersi verso una dignitosissima conclusione si risvoltano come un guanto e fanno le pernacchie. Così “Une Année Sans Lumiére”, prima lento andante tra inglese e francese, e quindi spericolato fuggi fuggi di suoni; così “The Crown Of Love”, melodiosa ballata cullata dagli archi, e alla fine imprevedibile pezzo di disco-folk; così “Wake Out”, rock sincopato prima, disco-rock anni Settanta poi. Ma quasi dietro ogni angolo, in realtà, spuntano squarci inattesi, cambiamenti, deviazioni, sgambetti, mai imputabili all’incapacità di concludere o a semplice confusione, ma ad un dilatarsi sontuoso e contagioso dell’ispirazione, che cresce su di sé e straripa (si senta l’acquatile e deliziosa “Haiti”).
I risultati migliori sono la neworderiana “Power Out”, che vede una solida base alquanto eighties e un Butler spumeggiante, tra urla, xilofono e chitarre ruvide che creano un fondale tremulo, come di foglie mosse dal vento; la conclusiva “In The Backseat”, dove Régine si impossessa di Bjork e la cala in un autunno visto scorrere dall’automobile dei Portishead, nell’unico brano che si mantiene su ritmi più bassi, ma sempre intensi. E poi “Rebellion (Lies)”: la grancassa che colpisce secca e mette in fila, il violino che ricama, il piano che dentella, la chitarra con la clorosi, lo stile canoro scaleno di Butler. Cinque minuti di signor indie rock, di ammirevole originalità, che finiscono nella gloria folkeggiante e rustica del minuto finale.
Ogni volta che ascolto questo disco, quando lo ripesco e quando lo ripeto, mi viene da sorridere. E non credo che ciò sia dovuto (o, comunque, non solo) ad una gioia intrinseca nelle atmosfere arcadiane, ma piuttosto alla personalissima (e alta) qualità del lavoro. Sconclusionatamente allegro benché funerario, caldo e freddo assieme, e già classico.
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