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R Recensione

8/10

Squirrel Bait

Skag Heaven

Non ho mai dato troppo credito al concetto di rivoluzione, se applicato alla musica. Credo infatti che il termine evoluzione sia decisamente più appropriato, più vicino a descrivere la natura delle cose, più autentico.

Ogni regola però vuole le sue eccezioni: ancora oggi, per dire, mi riesce difficile accantonare l'aggettivo rivoluzionario, quando metto nel lettore "Spiderland". Si tratta di un lavoro che pare nascere dal nulla, che pare materializzarsi sulle macerie di un mondo in piena crisi esistenziale (quello hardcore-punk) mentre fluttua nell'aria, alla ricerca di un appiglio sicuro.

Anche qui però sono necessarie alcune brevi precisazioni: forse, a dispetto delle mie convinzioni, anche gli Slint hanno portato a termine una "semplice" rivoluzione a metà.

Per farsi un'idea di ciò che intendo dire, dobbiamo ripercorrere la linea evolutiva che, a ritroso, abbraccia prima i Bitch Magnet e poi gli Squirrel Bait.

Forse furono proprio questi ragazzini del Kentucky, convogliati negli anni a venire nella band capostipite del cambiamento e in molte altre sinistre formazioni post-rock (Gastr del Sol), a indirizzare la svolta più radicale. La cosa incredibile, allora, è che il merito era tutto di un manipolo di quasi-adolescenti (il più vecchio non ha ancora vent'anni).

Contestualizzo: siamo nel 1987, nel bel mezzo della vastissima provincia americana, il terreno di caccia prediletto dell'hardcore punk. E' fatto noto che la musica truce e miniaturizzata di Germs e compagnia bella, nel giro di pochi anni, monopolizza le attenzioni di valanghe di ragazzini complessati e brufolosi sparse per i garage di tutto il continente.

E' altrettanto noto che la formula musicale dell'hardcore, spesso scarnificata sino a rasentare l'idiozia, comincia ben presto a mostrare segni di cedimento. Ecco allora che arrivano i cantautori della generazione punk, i vari Bob Mould, Paul Westerberg, J Mascis, Kurt Kirkwood: poeti maledetti alle prese con le angosce e con le debolezze strutturali della propria era, ragazzi capaci di raccontare i buchi neri esistenziali di una gioventù ripiegata verso l'edonismo più esasperato.

La lezione delle anime ribelli degli anni '80 è il piedistallo da cui muovono i primi massi Peter Searcy, Ben Daughtrey, David Grubbs e Brian McMahan. La formula degli Squirrel Bait si nutre delle intuizioni delle band sopra citate, primi fra tutti gli Husker Du, ma possiede qualcosa di nuovo, qualcosa che consente di intravedere barlumi di "post". La formula mette in mostra le sue grazie sin dal debutto del 1985, ma matura completamente nel 1987, quando iniziano a circolare le prime copie di "Skag Heaven".

Cosa rende tanto speciale 'sto disco?

Prima cosa, la voce: sfiatata, flebile, prossima all'autoflagellazione, bellissima. Quasi un Paul Westerberg privato della sua carica esplosiva, prossima al pianto così come al grido.

Una voce che fa a pugni con l'articolato impasto sonoro: il batterista (Daughtrey) dimentica di essere un adolescente e origina giri e rigiri ritmici impressionanti, sgretola gli schemi ordinari e si muove un passo oltre la raffica di mitra della batteria hardcore, avvicinandosi quasi al drumming selvaggio e vaporoso dei musicisti jazz (con Gran Hart sullo sfondo). I tempi si spostano di continuo, la regolarità schematica del punk va in mille pezzi e lascia il posto a un prisma di tempi dispari e complessi. Le trame delle chitarre non sono meno avvolgenti: evolvono un discorso minimale in ampie strutture che richiedono cervello e tecnica, oltre che l'irriverenza furiosa propria del genere. Non mancano momenti di quiete che già preludono alle conflagrazioni "post" prossime a venire.

I testi, poi, sono confessioni a cuore aperto, un presagio dell'oscurità alle porte ancora pregno di gioventù, ancora gravido di volontà. Quello della band del Kentucky, in fondo, è una sorta di romanticismo: per quanto disincantato e rabbuiato, possiede ancora la scintilla.

Non mi dilungo con il track-by-track: mi limito a ricordare che "Kid Dynamite" è pezzo da consegnare ai posteri, da cui prenderanno spunto i Fugazi ed i Drive Like Jehu che verranno, perché rinchiude la passione di Bob Mould e di Paul Westerberg dentro un congelatore; "Choose Your Poison" si libra in un ritornello liberatorio e arioso che rappresenta forse il momento più intenso del disco; la cover-non-cover di "Tape from California" chiude degnamente l'opera scaricandoti addosso tonnellate di adrenalina.

Non è che l'inizio: 25 minuti di simmetrie variabili indicano la strada tanto al rock più zizagante e complesso (Jesus Lizard, Fugazi & C.) quand alla sua negazione, alle band che giungeranno sino a far vibrare il silenzio, sino a masticare il nulla, sino a negare l'idea stessa del rock. Mica male, allora, 'sti adolescenti complessati.

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Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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nebraska82 (ha votato 8,5 questo disco) alle 10:12 del 31 dicembre 2012 ha scritto:

gran bel lavoro, che anche a distanza di tanti anni non ha perso smalto ed esuberanza creativa. qui c'è il germe più puro di tutto quello che in seguito sarebbe stato chiamato "rock alternativo".

baronedeki (ha votato 9,5 questo disco) alle 18:44 del 18 ottobre 2016 ha scritto:

Band sottovalutata ai tempi con un solo commento vedo che non è cambiato niente. Riuscirono ad unire la ferocia Husker Du con la poesia Replacements in modo personale ed originale gettando le basi per il Grunge e Slow Core e tutto il rock alternativo a venire. Assieme a Pixies Fugazi Dinosaur jr. Jesus Lizard Sonic Youth e Slint i più influenti per le generazioni future. Che dire di più

zagor alle 13:59 del 19 ottobre 2016 ha scritto:

il problema degli squirrel bait e' quello comune a tanti prime mover (penso ad esempio agli Urban Dance Squad in ambito crossover funk-metal), hanno fatto troppo bene ma troppo presto....e i semi li hanno raccolti altri, nel loro caso anche gli Slint che sono nati da una loro costola...ovviamente band immensa e descritta con la solita maestria da Francesco: in tanti gli hanno reso omaggio, dai Nirvana ai Cloud Nothings. Il loro brano che preferisco in assoluto "sun god", prototipo di tanto indie rock americano;