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R Recensione

7/10

Blur

The Magic Whip

Stop to the Coca-colonisation!” proclamava un giovane Damon Albarn all’alba degli anni novanta. Sappiamo com’è andata a finire, con l’alt rock americano che prendeva il sopravvento delle composizioni dei quattro dell’Essex, prima che gli stimoli diventassero innumerabili, le tensioni ingestibili e prima che tutto implodesse.

Ventidue anni dopo, rimessi insieme i pezzi, i fautori di cotanta britishness hanno ritrovato la voglia di lavorare insieme in un albergo di Hong Kong e “The Magic Whip” è nato intriso di estetica decadente orientale, non nel suono, quanto nello spirito. Quando si dice la globalizzazione…

Non staremo qui a parlare dell’articolata storia d’amore/odio fra i due galletti di casa Blur, Albarn e Coxon, ma è interessante sapere che tutto il materiale poi confluito nell’album era custodito nel pc di Albarn e che, dopo intense jam session con la band, Coxon si sia offerto di pensare all’editing e al missaggio, in compagnia di Stephen Street fautore degli album del periodo "british". Tutto questo, si badi bene, è successo perchè i quattro avevano tempo da perdere, causa la cancellazione della loro partecipazione ad un festival.

C’era evidentemente bisogno di una scintilla che facesse ripartire il motore, fin’ora sonnecchiante, fra tour mondiali e tre singoli rilasciati come se nulla fosse. (“Fools’ Day”, “Puritan” e “Under The Westway”, fra il buono e il mediocre).

Come suona allora, il nuovo album dei ritrovati Blur? Bene, innanzitutto. E straordinariamente fresco e denso di rimandi al passato contemporaneamente. Si sentono inconfondibili echi dell’epoca d’oro “Parklife”/ “The Great Escape”. Talvolta qualcosa di più che echi, come nel singolo “Lonesome Street”, il tuffo più profondo, “I Broadcast” con quel mix di chitarre e tastiere giocattolo che fa tanto “Trouble In The Message Centre” e che è stato a lungo il marchio delle filastrocche sardoniche della band. Il distillato più puro di questa materia è certamente “Ong Ong”, sorniona quasi fino all’ebetaggine, non mancherà di fare quello che i divertissement di cui è cosparsa la carriera dei quattro sanno fare meglio, ficcarvisi in testa.

La strana sensazione di deja vu, fra il fastidioso (non si può fare a meno di chiedersi "ma dove l’ho già sentita?") e il rassicurante, è fortissima in  “Go Out”: “London Loves”? Si, ma non proprio. “Top Man”? Neanche. Di sicuro, fra le tracce anticipate, “There Are Too Many Of Us” è la più interessante; gli interrogativi sulla vita nei grattacieli-formicaio scorrono attraverso un megafono fra registrazioni di parlato (anche questo, marchio di fabbrica) e violini Eleanor Rigbyani, aprendosi in uno scenario synth-psichedelico.

Non è un caso che il miglior singolo sia una ballata, anzi, è indicativo dell’andamento dell’album. I pezzi lenti, oltre ad occuparne una parte sostanziosa sono anche quelli che spiccano per qualità ed è qui che arriviamo al tasto dolente: complice anche un certo contagio della narcolessia di Albarn solista il ritmo dell’album è lento, riuscendosi a mantenere giusto sopra il filo dell’attenzione. “Tought I Was A Spaceman”, ad esempio, con i suoi riverberi siderali ha molto a che fare con il materiale edito in “Everyday Robots”.

The Magic Whip” è un disco che farà felici i fan e che forse deluderà le aspettative di chi aveva apprezzato gli scarti stilistici di “13” e “Think Thank”, difficili a ritrovarsi, se non per dettagli e coloriture; “My Terracotta Heart”, di una raffinatezza melodica rara, il suo battito tribal-robotico e la sua chitarra latina (anche qui, “Out of Time”?), “New World Towers” sorta di gavotta moderna, “Ice Cream Man” e i suoi ghirigori elettronici e qualche percussione qua e là (proveniente, di nuovo, più dal percorso solista di Albarn che dai dischi di fine millennio della band). Pure un pezzo appagante come “Ghost Ship” è piuttosto atipico, sospeso in un’atmosfera vintage.

Fortunatamente, “The Magic Whip” è anche uno di quelli che gli anglosassoni chiamano “growers” e il merito è anche delle suddette ballate, classicissime e senza tempo (talvolta anche un po’ fuori contesto come già “The Universal”, “To The End”). Senza dubbio “Pyongyang” è lo zenith sia emozionale che compostivo del disco; il timing perfetto dei versi, l’apertura melodica, la chitarra che “molleggia” a sottolineare gli apici, sono puri Blur.

Stupendo lo stacco fra la strofa, col suo passo ritenuto e il ritornello (nel ‘95 sarebbe stato classico subito, ma anche oggi) dove un poeticissimo Damon canta “Kid the mausoleum's fallen, and the perfec  avenues will seem empty without you. And the pink light that bathes the great leaders is fading”.

Mirrorball” guarda ai fasti di “This Is A Low”, alle sue atmosfere nebbiose ed è un commiato perfetto, una ballatona ricca di pathos di quelle che solo loro sanno tirar fuori. Damon sbiascica con la solita forte cadenza, la telecaster di Coxon è spigolosa e inventiva, il basso di James percorre le solite traiettorie fantasiose, il drumming di Rowntree è sofisticato e per un attimo sembra di tornare indietro, la magia che solo i Blur al completo possedevano è ristabilita.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 16 voti.
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gramsci 7,5/10
hiperwlt 6,5/10
target 7/10
Lepo 6,5/10
krikka 7,5/10
cnmarcy 6,5/10

C Commenti

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tramblogy alle 8:40 del 27 aprile 2015 ha scritto:

per il momento dico solo che Fools’ Day è un pezzo gigante, per me....il disco ,non vedo l 'ora di ascoltarlo...(22 anni?sicuro?)

Dr.Paul alle 14:29 del 27 aprile 2015 ha scritto:

ma dov'è fool's day?

Sor90, autore, alle 16:33 del 27 aprile 2015 ha scritto:

Paul, Fool's Day è uno dei singoli (non inclusi nell'album) rilasciati durante i mesi passati. Per me è un bel pezzo.

22 anni comunque dalla frase "Coca-colonisation" che mi pare sia del 1993.

Dr.Paul alle 17:56 del 27 aprile 2015 ha scritto:

ah be' non è presente nella tracklist. lo chiedevo anche perchè sono ormai passati cinque anni.... be' a me piacque anche under the westway/ the puritan (2012)......

tramblogy alle 19:06 del 27 aprile 2015 ha scritto:

ah si, scusate, ho aperto una parentesi per fool perchè adoro il pezzo...che purtroppo non riesco a trovarlo...solo 1000 copie...e riscusate, non avevo capito i 22. ops. vorrei tornare indietro....sob

Sor90, autore, alle 20:35 del 27 aprile 2015 ha scritto:

Ma no, Tramblogy, tranquillo, i commenti sono il luogo ideale per parlare dei singoli precedenti. Paul "Under the westway" è del 2012? Avrei giurato fosse dell'anno scorso O.O Boh a me non è che abbiano entusiasmato particolarmente, "Fool's Day" la migliore, "Under The Westway" carina, un po' troppo sul solco ballatona traditional brit-rock (il dubbio che si fossero appiattiti su questa ricetta mi era venuto, ma sarebbe stato davvero strano date le loro personalità) "The Puritan" un po' raffazzonata. Decisamente meglio il materiale incluso nell'album. Paul aspetto con ansia il tuo responso

tramblogy alle 20:57 del 27 aprile 2015 ha scritto:

io domani sono già davanti al negozio, meglio di un nuovo apple!!!

fgodzilla (ha votato 8 questo disco) alle 15:27 del 27 aprile 2015 ha scritto:

Premesso che per me Albarn e' un fottuto GENIO questo a mio parere e' il piu ' Gorillazziano dei dichi dei Blur e se come dici tu e' stato fatto perche' tra i ritagli di tempo non avevano un cazzo da fare be chapeu'..................

NDP88 (ha votato 4,5 questo disco) alle 18:32 del 27 aprile 2015 ha scritto:

Il brit-pop dei Blur era già vanitoso, auto compiacente, più fumo che arrosto, quando andava di moda nei mitici anni 90.. Ora, francamente, è musica di serie c..

tramblogy alle 20:59 del 27 aprile 2015 ha scritto:

seee, buonanotte...zzzzz

Dr.Paul alle 14:40 del 28 aprile 2015 ha scritto:

mah.... sono al primo ascolto....per me è DISCONE!!! temo di non essere molto affidabile...ripasserò. Vito riguardo il "vecchio" singolo under the westway, sì ballatona traditional senza dubbio....ma su di me aveva avuto un buon effetto.....

target (ha votato 7 questo disco) alle 15:31 del 29 aprile 2015 ha scritto:

Paul esagera ma è un disco che scorre bene davvero. E io sono un po' più affidabile (eheh), visto che i Blur non sono mai stati il mio britpop preferito. Come album intero, credo che regga molto meglio di certi loro dischi più celebrati, che però avevano dalla loro una presa sulla contemporaneità più forte - d'altronde erano giovani allora, non ora. Questo disco in compenso se la può giocare con gli altri, a livello di "concept", in virtù di questa sua aria da "lost in translation" della musica, alimentata dalla cornice aneddotica attorno alla sua genesi e dai video estremorientali.

Sor90, autore, alle 17:31 del 29 aprile 2015 ha scritto:

Scorre bene perchè ormai il mestiere fa la sua parte da leone, rispetto a quella che poteva essere "esuberanza creativa giovanile" . Può rivaleggiare con la seconda fascia, forse, a livello personale (The Great Escape, Modern Life, Think Thank) non nel mio caso, ma sicuramente i picchi (che per me sono Parklife e Blur) restano irraggiungibili a distanze siderali.

REBBY alle 10:44 del 22 settembre 2015 ha scritto:

Beh, non sono più ventenni (o trentenni), logico si percepisca meno esuberanza giovanile e più mestiere! Ma nonostante Albarn e i suoi degni compagni stiano veleggiando ormai verso i cinquanta, come appropriatamente scrivi in recensione: "è STRAORDINARIAMENTE fresco e denso di richiami al passato, contemporaneamente". La (mia) verità è che questi non hanno ancora sbagliato un disco, certo alcuni sono più importanti (storicamente) di altri e (per gusto personale) ognuno potrà stilare ordini di preferenza diversi (un loro pregio è sicuramente quello di non aver fatto album " fotocopia", tutt'altro).

Premesso questo, io non sono un fan della prima ora come Paul (negli anni novanta, nei primi anni di matrimonio, non sono stato al passo coi tempi eheh), anzi si può dire che ho scoperto i Blur "a ritroso" dopo Think tank (somma goduria lo stesso), ma sono poco affidabile anch'io: DISCONE.

hiperwlt (ha votato 6,5 questo disco) alle 8:12 del 4 maggio 2015 ha scritto:

Ottimo scritto; disco, condivido, "intriso di estetica decadente orientale, non nel suono, quanto nello spirito"; nonché, mi sembra chiaro, oltremodo debitore all'ultimo Albarn, nel suo risultato narcolettico (non sempre in senso negativo: "I Thought I Was a Spaceman" e "Pyongyang" lo dimostrano) a pervadere un po' tutto - anche i momenti più freschi: si prendano i coretti di "Ong Ong", per dire.

Apice "Go Out" (uno dei pochi sussulti di Coxon, assieme all'opener), stupenda "My Terracotta Heart".

Lepo (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:45 del 4 maggio 2015 ha scritto:

Ritorno discreto dai alla fine, che si fa apprezzare più per singoli episodi folgoranti (su tutte il capolavoro There are too many of us, ma anche la floydiana Mirrorball) che non nell'insieme, un po' sonnacchioso. Ripasso per il voto

tramblogy alle 20:00 del 27 maggio 2015 ha scritto:

ma quanto è bella My Terracotta Heart....che emozioni....va bhè,

ThirdEye (ha votato 4 questo disco) alle 21:21 del 8 maggio 2016 ha scritto:

Non mi è piaciuto per nulla. Peccato. L'ho trovato sterile. Parere personalissimo.