Miracle Fortress
Was I The Wave?
Perfezionata negli ultimi quattro anni, in assoluta indipendenza in fase sia compositiva, sia di produzione, la ‘mission’ musicale di Graham van Pelt (Think About Life), leader maximo (nonché unico membro stabile) dei Miracle Fortress, prevede ora, con "Was I the Wave?", il completo abbandono di un’estetica psych-pop/rock dal forte connotato sixties - che, con "Five Roses", aveva portato ad un full-length di caratura, nel panorama indie canadese (la nomination al Polaris Prize del 2007 parla da sé).
"Was I the Wave?" è un disco che riemerge, grondante, da un immaginario altamente eighties, da cui vengono rielaborati alcuni dei suoi elementi miliari, con un tiro electro-pop venato di new-wave. Appropriandosi di un certo sostrato ritmico freddo, ora misurato, ora istrionico, ecco quindi che van Pelt lo incanala (anche) in direzione di strutture dalla discreta quadratura math. Le iterate, lineari ma corpose ossessioni elettroniche (confluite in un synth smerigliato), diventano ‘funzione’ di pattern minimal techno - avvolti da una patina psych/dreamy - e in alcuni episodi impreziositi da orpelli chitarristici sghembi (o minuziosi e puliti: a seconda delle circostanze, e dagli umori).
In apertura, la glaciale psichedelia - nell'aria l’aura di Kid A, a più riprese -, sospesa in un groove da vaghe reminescenze kraut, di "Tracers", lascia il posto al beat sfrenato di "Raw Spectacle": qui, van Pelt abbraccia Pantha du Prince, per poi divincolarsi, perdendosi in un gioco ossessivo e stratificato fatto di ritmiche ‘sfrenate’ (New Order) e frastagliate (Teebs, ma ad altissima fedeltà), cori vibranti e angelici, ‘volate’ di synth, e perdizioni ambient in odore di Sigur Rós. La solennità pop ed il design-ambient di "Spectre" - smosso, però, da un dinamismo ritmico conturbante - vira ottimamente, nel finale, verso suggestioni electro nordiche. "Everythings Work" (Phoenix, in completo relax) esalta per efficacia pop; il synth vintage (ma è Craig Potter?) di "Miscalculations" (forse l'apice) è sovrapposto a pattern tribali di drum machine, fondamenta per il cantato fluido di Graham van Pelt, che introduce un ritornello da presa immediata; in coda, un riff distortissimo, su background ritmico neworderiano, convince e appaga. Il mood math (à la Battles di Braxton, qui ben più scarno) e le note - dreamy - di chitarra sovrapposte (Braids), e interrotte (Dirty Projectors pacati, con minore urgenza) di "Immanent Domain" portano a termine il disco.
L’elevato numero di intermezzi/pezzi strumentali (alcuni prescindibili, altri meno; "Until" ad esempio) non compromette la gestalt d’insieme - riuscita e particolareggiata - di un disco dal fluido e prezioso fascino 'revivalista'.
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