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R Recensione

7,5/10

King Of The Opera

Nothing Outstanding

Samuel Katarro è morto, lunga vita al Re dell’Opera! Quelli di Alberto Mariotti non sono dei semplici travestimenti ad arte: sono incarnazioni. L’anima è la stessa, mentre è il corpo ad essere oggetto di metamorfosi. Sangue e seme generano un nuovo essere, anch’esso destinato a divenire un mutaforma.

In qualche posto fuorimano, Mariotti deve aver preso i documenti d’identità, i vestiti e gli effetti personali di Katarro – eccezion fatta per le sante chitarre che si salvano dall’autodafé – e deve avergli dato fuoco, ballando attorno alle fiamme. Unici testimoni oculari, i fidi sodali Wassilij Kropotkin (piano, chitarre elettriche, farfisa, violino...) e Simone Vassallo (drums). Dalle ceneri nasce King Of The Opera e principalmente questo “Nothing Outstanding”, che della precedente entità perde la sferragliante psichedelia, le intemperanze violinistiche, le ubriacature sbilenco-blues, l’irruenza comunicativa, il perseguimento dell’ironia a tutti costi e l’istrionismo fantasmagorico.

Oggi i tratti somatici del nuovo “personaggio” sono più coerenti fra loro: una malinconica inquietudine, un songwriting introspettivo e ombroso, una poetica non sovraesposta.

 

Sono le dinamiche ad apparire meno convulse e meno propense a supportare una dialettica volutamente stralunata (come fu quella, comunque geniale, di Katarro).

L’afflato lisergico non è tuttavia venuto meno, semmai questo si è trasformato in una “materia (più) sottile” che interseca compiutamente la scrittura. Basta partire dall’iniziale Fabricitorio (sghemba ballad onirica in odor dei Radiohead di “OK Computer”) per capire quanto la transizione che ha portato da Samuel Katarro a King Of The Opera sia stata completamente metabolizzata dal trio, che sembra avere più “controllo” tanto sulla matassa sonora quanto sul groviglio emozionale. Certo, generalmente quando si sente parlare di un orizzonte più “controllato” si tende a capire che l’estro è divenuto vittima di un imbrigliamento: niente di più falso per quanto riguarda questo “Nothing Outstanding”, il cui orizzonte formale è interamente impregnato dell’inquieto spirito di Alberto Mariotti (sempre più affine a quello di un Julian Cope lucidissimo). Ma laddove, fino a un paio di anni fa, la musica era indisciplinatamente padrona della sfera compositiva, adesso è la composizione ad asservire a sé ogni possibilità espressiva offerta dalla marea musicale che prorompe dalla mente e dal cuore del suo autore. Insomma la psyco-eccentricità ha semplicemente trovato una nuova guisa e una nuova casa.

Una ballata magnetica e sensorialmente avvincente come GD proprio non avrebbe avuto modo di emergere con il precedente stato delle cose: facendo finalmente ordine nelle stanze della musica, si riesce a trovare quelle piccole perle che si erano nascoste sotto gli astratti quadri dai colori sgargianti accatastati negli angoli. Stesso discorso per un singolo “perfetto” quale si rivela essere The Floating Song, sotto molti aspetti riconducibile ai The Cure di un disco come “Wish”. In Worried About, almeno in parte, Mariotti torna ad assumere le fattezze di Katarro, giocando nuovamente con la sua capacità di dare forma e sostanza ad una cavalcata elettrica dall’irruenta verve strumentale a partire da una semplice, immediata pop-song, trasfigurandone le sembianze.

Your grief is empty,

Your gloom is meaningless,

Nothing outstanding you can really do without.

Your grief is shallow

Something Predictable,

Couldn’t take care of you:

Move all these dark clouds away,

As far as you can

 

(Il tuo dolore è vuoto,

Il tuo oscuro sconforto è privo di motivazioni,

Niente di eccezionale, di cui davvero puoi fare a meno.

Il tuo dolore è infondato,

Qualcosa di prevedibile,

Non può prendersi cura di te:

Manda via tutte queste nuvole nere,

Più lontano che puoi)

La title-track arriva a metà dell’opera e traccia una indelebile linea di demarcazione fra le canzoni che l’hanno preceduta e le sperimentazioni che arriveranno: qui però abbiamo una minimale ballad ambientale, guidata dal piano Fender Rhodes, che rimanda i sensi al Brian Eno catturato in una istantanea fra il prima e il dopo la scienza. Uno stato di sospensione denso di emozione e di significati, che rimane sotterraneo, sottocutaneo, fino a quando non erutta, con pigra irruenza, verso la superficie.

Heart Of Town è un altro momento clou, nel quale chitarra acustica e chitarra elettrica imbastiscono una danza mesmerica che si apre a variazioni floydiane di grandissima intensità e gravide di feedback, nella quale la batteria di Vassallo ritrova tutta la sua veemenza.

Nine-Legged Spider è il capolavoro in un album già di per sé magistrale: la voce di Mariotti si avvicina al cantato “aspirato” di Robert Smith in Lullaby (ragni lì, ragni qui), mentre le strutture sonore imponenti e stortissime, costruiscono una cattedrale nell’oscurità, sotto la guida dello sghembissimo piano di Kropotkin.

I am the night, I’m waiting,

I have nothing else to do.

I am the rain, a sad tune that keeps you awake...

 

(Io sono la notte, sono in attesa

Non ho nient’altro da fare.

Io sono la pioggia, un triste motivetto che ti tiene sveglio...)

La lenta e marziale processione funebre di Pure Ash Dream procede fra disturbi e digressioni soniche e, con il passare dei minuti, attraversa una nebbia che pian piano si dirada, lasciando intravedere non una mesta liturgia ma un inno alla pura trascendenza. Mastro Cope può star tranquillo che i suoi rituali sonici, pur rivivendo nell’arte alchemica di Alberto Mariotti, vanno ben oltre la rievocazione storica.

Si chiude con un brano che mutua il titolo (quasi) dall’omonimo lavoro di Samuel Katarro e l’ispirazione da un Nick Drake mascherato da Syd Barrett: sulle note di The Halfduck Misery una luce bianchissima prorompe da una feritoia di un ripostiglio nel quale un bambino si è nascosto per giocare con i suoi sogni e con i suoi amici immaginari: e l’infante, da quel momento, iniziò ad avere visioni bellissime. Ogni parola, ogni nota in più sarebbe stata, a questo punto, superflua.

Niente di eccezionale, dice il titolo. Mi permetto di dissentire e di affermare che l’irregolare fascino di “Nothing Outstanding” si cela proprio nel suo saper essere all’unisono comunicativo e scostante, lineare e alterato allo stesso tempo, nel suo saper trovare una coniugazione di verbi dall’opposto significato: dunque, semmai, niente ma proprio niente di ordinario, direi. Sarà per gioco, sarà per scherzo, sarà per caso o per una intenzionale, mirata ricerca? Qualunque sia la ragione che ha motivato questa rinascita, nei suoi esiti se ne rimane inconsapevolmente invischiati, dalle dita delle mani fino alla punta degli alluci.

King Of The Opera mitiga le frenesie di Katarro, estraendo dal suo cilindro non più nuvole rosa e semipaperi, bensì una musica che riesce ad essere volatile e, parallelamente, ad avere le zampe palmate ben salde a terra. E questa “magia concreta” è talmente incisiva da non far sentire la mancanza di altri trascorsi, lasciati – senza troppe remore, senza troppi rimpianti – alle spalle.

 

Quando il tuo moto furioso sarà stabilizzato,

E il tuo clamore interrotto,

E quando la splendente ruota della tua voce mutevole sarà ferma,

Il tuo passo rimarrà sul punto di cadere.

Così vibrerà la tua voce

E la sua estremità inciderà la superficie,

Cosicché l’oscuro panno dei capelli

Cadrà fluente e inquieto alla tue spalle.

 

[da “When Your Furious Motion” di Dylan Thomas]

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 4 voti.
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C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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swansong alle 10:09 del 14 novembre 2012 ha scritto:

Pare molto interessante..grazie per la segnalazione Stefano! Il tuo contributo è, come al solito, prezioso...

Marco_Biasio alle 17:38 del 14 novembre 2012 ha scritto:

Mi manca. Ottimo a sapersi. Grazie della segnalazione!

Martillos (ha votato 9 questo disco) alle 1:05 del 15 novembre 2012 ha scritto:

Grande disco.. il migliore di questo 2012 (e non solo) in ambito italiano....

Franz Bungaro (ha votato 7 questo disco) alle 10:05 del 29 novembre 2012 ha scritto:

Un disco di respiro sicuramente internazionale. GD è bellissima, così come The Floating Song, ma mi sembrano scritte subito dopo aver ascoltato The Bends per un mese di fila a manetta. E così accade un pò per tutte le tracce, eccezion fatta per gli slanci più shizoidi della seconda parte, dove piace molto (Nine-legend spider su tutti). Resta sempre però la sensazione di aver già ascoltato tutte le tracce da qualche parte, per questo ci si può sbizarrire nel ritrovare quanti più collegamenti e richiami possibili (Cure si, ma anche tanto Jeff Buckley, un pò meno Drake, a dire il vero, molto Velvet Underground, Pink Floyd, e tanto Radiohead)...

In definitiva, da apprezzare il tentativo di fare, e bene, canzoni di questo tenore, ma spesso pare troppo legato a certi canoni. Manca spesso di una propria precisa identità. Comunque un disco interessante e fatto bene. Come a scuola, quando si studiava troppo, il rischio è di uscire fuori traccia perchè si vuole dire tutto quello che si sa, quando magari bastava essere meno citazionisti e più lberi. Bello questo video, messo da poco in rete.