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R Recensione

7/10

Fanfarlo

Rooms Filled With Light

Circa tre anni, oggi, dall’uscita di “Reservoir”.

Circa tre anni di promozione, tour internazionale, “Atlas” e de.co.stru.zioni, arrivederci artistici (Mark West); così come di ascolti, e assorbimento culturale a più livelli (la passione per la letteratura e le arti visive: i romanzi pseudo storici di Harold T. Wilkins prima, Allison Diaz ora, nello splendido artwork del nuovo disco). E poi: diario on-line più profili social costantemente aggiornati, sessions in hd per mondi 2.0, e ricerca costante di un nuovo sound. O meglio, di un passaggio moratorio ed evolutivo che potesse ampliare la portata già ottima della proposta - ossia (e banalizzando) un indie rock inflazionato da certo folk orchestrale, come mostrato, appunto, nel debutto (produceva Peter Katis, già a lavoro con Interpol e The National, tra Londra e il Connecticut).

E quindi passi, nel recente passato dei Fanfarlo, in percorsi già spianati dallo ‘stile canadese’, benché ispirati anche da contesti folk/rock di più ampio respiro: (tra i più recenti) Okkervil River, Sufjan Stevens, Clap Your Hand and Say Yeah, ma anche Sunset Rubdown, Grizzly Bear, Neutral Milk Hotel sono stati e sono tuttora sicura fonte d'ispirazione, diretta e non, per Balthazar (voce, chitarra, clarinetto) e compagni.  

Tutto ciò per essere, quasi ad unanimità, tacciati (eufemismo, non completamente deprecabile ma di sicuro a buon ragione) quale principale epigone – o giù di lì –europeo degli Arcade Fire (loro principale influenza, a conti fatti), sebbene i nostri abbiano comunque dato una personalissima impronta alla proposta, sin dagli albori della loro carriera (il singolo “Talking Backwards”, 2007).  

Con “Rooms Filled With Light” avviene una sorta di stacco: pur permanendo un certo modo di intendere la materia musicale, lapalissiano è il constatare il potenziamento, notevole, della componente arty: <<We’ve always used keyboards and violins and trumpets and clarinets but this time, we’re using them in a slightly different way>> ( da un’intervista a DYM). Un uso importante di ritmi e quadrature '80s (Gotye), in drum machine ("Feathers, "Bones", "Shiny Things" ad esempio) a fianco alla batteria tradizionale (Amos Memon), così come un’estetica a cavallo tra ‘vintage’ e classica contemporanea/ baroque (Clogs, Grizzly Bear e, ancora, molti punti di contatto con la creatura di Wouter "Wally" De Backer, “Making Mirrors” ) - via keyboards e glokenspiel da una parte, violino, clarinetto, mandolino dall’altra; il tutto, maneggiato sì in maniera anche sperimentale (“Replicate”, l’eccellente strumentale “Everythings Turns” e nella conclusiva “Everythings Resolves”), ma perfettamente coesa e pop (“Feathers” in contorsioni di stampo Suckers; “Dig”), nonostante la quantità e la qualità delle variazioni (in fluidità su giochi acquatici à la Deerhunter, come in coda nella splendida ballata conclusiva “A Flood”). E allora, rispetto a “Reservoir”, qui aumenta lo spettro del ‘possibile’, sulla forma canzone, con conseguenti effetti nella portata cromatica del sound: l’’abito’, infatti, appare fin da subito più sgargiante e pulito - la produzione, nelle mani questa volta di Ben Allen (Animal Collective, Gnarls Barkley) - anche se, nascosto tra le pieghe, è imbrattato da residui minimal ambient/ wave; gli arrangiamenti estesi, guidati in maggior proporzione rispetto alla precedente release (in cui il taglio era più marcatamente chitarristico) dal piano e dalle tastiere elettroniche.

Nonostante questo, il fil rouge con il debutto è comunque spesso: conferma ne è il refrain in decadenza melodica di “Bones” (e splendidi, come in tutto l’arco di “Rooms Filled With Light", i cori della Lucas), o la trumpet in gloria di “Tightrope” (per ribadire quanto detto precedentemente: brano che sembra uscito in scioltezza dalle sessioni di “The Suburbs”) e l’uso massiccio e portante del basso (Justin Finch da applausi scroscianti in “Deconstruction”, roba da scatenamenti in solitaria senza vergogna; in punta di piedi in “Lens Life”; “Shiny Things”).

Sempre derivativo (Win Butler, ok; ma su vette talkingheadsiane in alcuni punti) e insieme molto intrigante il cantato di Simon Balthazar, anche quando si cimenta in interpretazioni ai confini del suo stile, come sulle iniziali visioni est europee (Beirut) più scintillii e apporti arty di “Tanguska”.

Ne esce un album con composizioni anche parecchio elaborate - e infarcite di armonizzazioni tra i molti elementi -, il più delle volte capaci di risultare francamente easy-listening: in poche parole, gioie melodiche. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma sì di un ottimo album (il 7 che leggete in questo momento, consideratelo a buon ragione un sette e mezzo, qualora non foste soddisfatti). Nell’attesa di un vero e proprio colpo da K.O., godiamoci “Rooms Filled With Light” su disco (anche in edizione limitata, per i collezionisti) e, per chi ne avrà la possibilità, ai Magazzini Generali di Milano il 12 Maggio.

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 10 voti.
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Teo 7/10
Cas 7/10
loson 6/10
salvatore 6,5/10
REBBY 8,5/10
bonnell 6,5/10

C Commenti

Ci sono 16 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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target alle 18:19 del 2 marzo 2012 ha scritto:

Sì, gioie melodiche e attitudine più arty, un po' famolo-strano-de-nostro ("Replicate"), un po' rifacciamo-gli-Arcade-Fire-più-arty ("Feather" è la loro marimbosa "Haiti"). Ma, insomma, si è capito con questo disco che i Fanfarlo, rispetto agli altri, fanno un pop più clownesco, colorato, festaiolo (più indie-pop, direi), da banda variopinta e sgangherata che però ben conosce le regole melodiche e sinfoniche del gioco. Ci sanno fare, ecco. Non so quanto durerà l'ascolto nel tempo. Ma il disco non è male, è uno spensierato corteo solo un po' freak. Pensavo peggio, anche se un calo, rispetto a "Reservoir", c'è. Bravo Mauro!

Filippo Maradei alle 21:21 del 2 marzo 2012 ha scritto:

La tua migliore recensione, Mauretto, scritta alla grandissima. Il primo Fanfarlo devo ancora ascoltarlo per intero, ne parlano tutti bene, ma faccio sempre fatica. Non so, boh, non mi prende... e dire che avrebbe tutti - ma proprio tutti - i requisiti per piacermi, e che poi non dovrebbe essere un album "difficile", affatto. Bah, riproverò.

salvatore (ha votato 6,5 questo disco) alle 21:36 del 2 marzo 2012 ha scritto:

Concordo... Fantastica recensione! Il disco non l'ho ancora ascoltato. "Reservoir" mi era moderatamente piaciuto. I tre brani proposti su li trovo carini, ma non mi hanno entusiasmato... Confesso però che con feathers sono al secondo ascolto consecutivo Vabbé, vediamo che succede!

hiperwlt, autore, alle 19:27 del 3 marzo 2012 ha scritto:

<<rifaciamo-gli-Arcade-Fire-più-arty>>: prendi, appunto, l'ultima parte di "feathers": sembra il rovesciamento teatrale-festaiolo di quell'apocalisse/tortura intrapsichica in cui si viene proiettati in un pezzo come "ocean of noise" - che è sì molto cromatica, ma anche così intensamente satura di dramma. o almeno: questo è ciò che ho pensato appena sentito il pezzo, confrontandolo con quello degli arcade ehehe

grazie del passaggio, ragazzi: lusingato(ma eccessivamente buoni)!

hiperwlt, autore, alle 19:29 del 3 marzo 2012 ha scritto:

ps: sarebbe, << rifacciamo gli Arcade Fire più arty>>...i tuoi trattini Fra hanno cancellato la frase

Lezabeth Scott alle 20:18 del 3 marzo 2012 ha scritto:

"Feathers" è dandy-freak. Mi piace troppissimo!

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 17:52 del 8 marzo 2012 ha scritto:

Piccolo orgasmo??!!

... alla fine sei venuta gentil fanfarletta!!

... alla fine sei venuta gentil fanfarletta!!

Lezabeth Scott alle 17:57 del 8 marzo 2012 ha scritto:

Sapevo che avresti risposto al richiamo dei Fanfarloni amorosi!

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 20:51 del 29 aprile 2012 ha scritto:

Che bravi i Fanfarlo! Reservoir è rimasto un ascolto costante, ora con questo ho la conferma che il discorso non si limitava alla (pur ottima) sintesi Arcade Fire+Beirut. Si abbracciano movenze arty, come dici tu Mauro, e si fa una buonissima scelta stilistica. Pezzi sfaccettati, ricchi, che però conservano una scrittura leggera, scorrevole, con quelle melodie gonfie che rendevano tanto affascinante il primo lavoro. In questo caso il tutto è meno immediato, ma poco male, sono con te sulla linea del sette e mezzo. Una curiosità: ho notato l'influenza degli ultimi lavori di Dev Hynes (leggi Blood Orange), in Lenslive in particolare, ed in generale in alcune sonorità "glamour" anni'80.Tra i miei brani preferiti: Deconstruction, Tunguska, Tightrope, Feathers.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 18:05 del 7 giugno 2012 ha scritto:

... perché costringermi a fare la vivisezione di 'sti Arcade e distrarmi dal più gradevole ascolto dei Fanfar !! ... e poi piacciono troppissimo anche a Leza ed è già una consacrazione! ... e infine a ben sentire i Fire non viene poi così tanta voglia di rifarne il verso (?!) ... fossero mai nipotini dei Beatles!!

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 10:43 del 13 giugno 2012 ha scritto:

... senza volere irritare niuno ... riporto dalla concorrenza "due cosucce estrapolate" che considero esaustive dell'annosa questione - Fanfarlo cover band di Arcade Fire e affini - : "Chi s'illude che i Fanfarlo aspirino a diventare gli eredi ampollosi degli Arcade Fire o gli amichetti chic dei Mumford & Sons troverà di che stupirsi: l'album dischiude intuizioni sonore inarrivabili per una banale clone-band. I violini hanno corde laser, gli ottoni sono di cristallo e pioggia; ogni pezzo è un fine lavoro di cesello, in perenne bilico tra stilizzazione e barocchismo, tra pathos romantico e guizzi modernisti ... Il timbro vocale di Simon Balthazar è ancor lì a marchiare indelebilmente la musica del gruppo londinese: la sua voce sussultante e un po' querula è uno strumento in più che identifica le costruzioni armoniche dei brani ... di Gianfranco Marmoro e Marco Sgrignoli (Onda Rock)" ... orsù diamo a Cesare ...

fabfabfab alle 11:01 del 13 giugno 2012 ha scritto:

Azzo, "I violini hanno corde laser" è figo, direi anche che "la chitarra è un alabarda spaziale"...

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 11:07 del 13 giugno 2012 ha scritto:

... è possibilissimo!! ... basta avere lo scontrino fiscale di provato acquisto ... oggi la tecnologia propone di tutto e a prezzi di realizzo!

loson (ha votato 6 questo disco) alle 13:48 del 4 luglio 2012 ha scritto:

Ci ho provato e riprovato, ma non mi dice quasi nulla. Replicate, Feathers e Shiny Things sono pezzi carini, così come il siparietto strumentale alla Philip Glass di Everything Turns, ma la band manca di mordente. Anche la scrittura è come fossilizzata su poche idee melodiche: non che sia un male in sè, anzi. E' che loro reggono maluccio il gioco. Appena sufficiente.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 19:09 del 4 dicembre 2012 ha scritto:

... se ascoltato con orecchio educato si finisce per classificarlo un lavoro serio, pieno di tante cose accattivanti e innovative ... Balthazar sempre più padrone di una vocalità personalissima ... Tunguska, Feathers e Bones trittico da Olimpo di Hit Parade ... lunga vita ai Fanfarlo!!

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 10:34 del 16 aprile 2013 ha scritto:

... a distanza di un anno dalla sua uscita il disco continua a "stagionarsi" e acquista corposità e colore come una bottiglia di vino di ottima annata ... ad avercene in riserva!

... dei Fanfarlo si parla poco o niente ... e questo dispiace ... (solo a me?! ... ) ... (Giacobbo pensaci tu!) ... sembrerebbe quasi "un complotto" ... saranno pure loro interisti? ... se così fosse, auguro di realizzare a breve un triplete ... dopo Reservoir e Rooms ... un'altra erre?!