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R Recensione

8/10

Foals

What Went Down

La chiave per spiegare questo “What Went Down”, in rapporto al suo predecessore, sta forse proprio all’inizio dell’album. “Prelude” VS “What Went Down”, crescendo VS prorompenza che potremmo definire, senza troppo imbarazzo, hard-rock.

Una prorompenza che, seppure le basi fra i due album siano molto simili, lascerà molto poco spazio al solipsismo arty, la cui scia post “Total Life Forever” era ancora chiara ed evidente in “Holy Fire”.

Tutto questo ci porta a puntare su “Inhaler” come punto di vera svolta musicale/emotiva dell’intera carriera del gruppo. Il punto in cui i Foals si accorgono di non essere soltanto una band new new wave atipica (e sicuramente, di non potersi più limitare ad esserlo) ma una vera e propria rock band da arena. Le distanze da tutto quello che li circonda sono ormai prese, i Foals sono i Foals (della maturità) e qualsiasi similitudine lascia il tempo che trova.

E se “Inhaler” era una liberazione catartica, in mezzo a un gran lavorìo sugli strumenti e in studio, la scelta per questo quarto album è stata quella di non premere i freni (“I'll drive my car without the brakes” da “Mountain At My Gates”) e vedere cosa ne venisse fuori.

Ciò che abbiamo è un disco musicalmente più libero da ansie da prestazione, più naturale ed emotivamente più sincero.

Proprio la canzone più “alla Foals” (lo si può dire) del lotto, ovvero “Mountain At My Gates” ci restituisce questa sensazione. Tutto è al suo posto, come ci si aspetterebbe, eppure non suona come la ripetizione di un qualcosa di già sentito ma come l’espansione del proprio dominio musicale. Stessa storia per la title-track, che pur non scappando alla definizione di sorella di “Inhaler”, riversa la stessa sostanza sonora su diversi paradigmi.

I wanted to have the reptilian part of my brain speak directly” non si può che pensare all’urlo finale, che ne suggella l’assedio sonoro.

Il “battito animale” è domato e respinto sottopelle nella progressione così tipica di “Albatross”. Le movenze disco (come ce le hanno tramandate gli ultimi Arcade Fire) troncate dal ritmo irrisolto costantemente in crescendo e sviato dalla nostra attenzione da un raffinato arrangiamento di tastiere a mo’ di carillon, in cambio costante fra tonalità in minore e maggiore. Quasi non ci si rende conto di quanto sia martellante la base, con le sue leggere dissonanze e colpi di batteria elettronica.

In “Birch Tree”, le movenze afro-pop annacquate ritornano più percepibili, assieme ad una fascinazione disco-funk che è sempre stata nell’aria. Sentire gli archi sintetici a sottolineare i falsetti, il basso ostinato e trascinante, la batteria che non indulge in orpelli ma va dritta al sodo e i rilanci dei synth sul finale. L’elettronica si insinua anche in coda all’orgia percussiva di “Night Swimmer”, uno strano ibrido hard-world.

Il quartetto piega anche in direzione america, nella prova forse meno riuscita del disco (sentire lo pseudo-stoner esagitato di “Snake Oil”) in una bizzarra e momentanea convergenza verso quegli Arctic Monkeys che dell’incontro fra le due sponde dell’Atlantico hanno fatto tesoro.

Non è dato sapere quanto lo zampino di James Ford, qui producer e già dietro le quinte di AM, abbia influito su quest’aspetto. La linea scelta per la produzione è di assecondare gli umori delle canzoni, anzichè intervenire più nettamente; c’è più sottrazione rispetto al lavoro fatto da Moulder per il disco precedente. Lo scarto è comunque minimo, anche in termini di qualità.

I Foals hanno bisogno di spazio, lo dimostrano le durate delle canzoni, ognuna sopra i 4 minuti, ma hanno imparato a non dilungarsi troppo e l’economia dei pezzi più lenti ne giova. “London Thunder”, accolta come la nuova “Late Night”, in realtà nasce da presupposti diversi; se lì si trattava di un placido 4/4 trapuntato di funk AOR, qui è possibile avvertire una spinta R’n’B nel passo felpato, più paragonabile ad una “Stepson”, se vogliamo.

Le qualità vocali non eccelse di Philippakis trovano il contraltare nella personalità istrionica del front-man e in una maturità vocale ormai conclamata, che lo vede a suo agio anche in tonalità più basse e registri sottilmente più impostati, così come nel classico falsetto che sfocia nell’urlo che “Inhaler” ci ha fatto conoscere bene e di cui “What Went Down” ci ha rinfrescato la memoria.

Il cuore e la tecnica. Qualcosa nelle velature math dell’esordio avrebbe dovuto farci alzare la guardia. Lì fra riff in palm-mute (sempre presenti, anche se in quantità ridotta) e batterie frenetiche contrappuntate da bassi sincopati, qualcosa ci rivelava già che il quartetto sapeva tenere in mano gli strumenti. Chiedere al batterista Jack Bevan, sempre più protagonista e capace di tenere in piedi un pezzo dalla struttura apparentemente semplice e ripetitiva come “Night Swimmer” e vero e proprio matador nel flusso conclusivo di “A Knife Into The Ocean”.

Proprio i 7 minuti di lenta marcia psichedelica, infusa di rumorismi, arpeggi volatili e orchestrazioni temporalesche (e accompagnata dal video magistrale di Leif Podhajsky, in un sodalizio grafico ormai assodato con la band) rappresenta il punto più alto dell’album e forse dell’intera discografia dei quattro inglesi. Merito del pathos saggiamente dosato e di una linea vocale al tempo stesso semplice e spiazzante.

Volendo fare le pulci a questo lavoro, ci si poteva aspettare ancora un passo in più nell'evoluzione (comunque con pochi pari) del sound oxoniano, o (forse più importante) l'introduzione di nuovi suggerimenti per il futuro. Forse solo questo è il neo sulla pelle di un album al quale altrimenti non si possono imputare altri difetti.

Siate sinceri, quando vi scatenavate a ritmo di “Hammer” non pensavate potessero arrivare così lontano, vero?

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 8 voti.
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creep 7,5/10
zebra 7,5/10
antobomba 7,5/10
REBBY 5,5/10

C Commenti

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hiperwlt alle 12:37 del 12 settembre 2015 ha scritto:

Condivido ogni singola parola.

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 18:33 del 12 settembre 2015 ha scritto:

Un lavoro che riesce a suonare contemporaneamente ruvido e raffinato. Songwriting più che buono, la title-track una botta di adrenalina, i lenti sono d'atmosfera. L'unica pecca a mio avviso risiede in un impatto emotivo "trattenuto", insomma mi suonano un po' troppo precisini e puliti, mentre io cerco sempre un po' di "dramma". Ma questo è un limite mio, naturalmente. Ripasso per il voto, sarà positivo.

Sor90, autore, alle 15:18 del 13 settembre 2015 ha scritto:

Contento che ti stia piacendo (credo che questa non sia la tua cup of tea abituale no?). Precisi e puliti anche nell'essere sporchi, è vero (che poi è uno dei loro tratti distintivi) credo che qui sia proprio questione di approccio alla materia. Anche se in futuro sarebbe divertente una versione lo-fi dei Foals

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 16:45 del 13 settembre 2015 ha scritto:

Vero, non si tratta dei miei territori abituali, questione di indole più che di pulizia del suono (forse la mia formazione cantautorale mi induce a cercare sempre qualcosa di simile: qui ci vedo "solo" belle canzoni, perdona l'assurdità della considerazione)

Rimane un lavoro raffinato e trascinante, con interessanti passaggi hard. Ah, naturalmente mi accodo ai complimenti per la recensione: Vito oramai è una certezza: ricco ma scorrevole, ricercato ma chiarissimo. Bravo davvero

Sor90, autore, alle 19:45 del 13 settembre 2015 ha scritto:

Si si, capisca la tua affermazione, nonostante l'apparente assurdità. E grazie, troppo buono

Cas alle 11:29 del 13 settembre 2015 ha scritto:

recensione davvero ottima. mi ha colpito anche a me la vena hard (molto classica, senza troppi fronzoli, ma micidiali) della prima "What Went Down"... per il resto devo ancora ascoltare bene tutto quanto: ripasserò

Sor90, autore, alle 15:15 del 13 settembre 2015 ha scritto:

Grazie per gli apprezzamenti dovendo dare un seguito a cotanta recensione di "Holy Fire" ce l'ho messa tutta.

Franz Bungaro (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:49 del 14 settembre 2015 ha scritto:

Ottimi, come sempre.

Totalblamblam alle 15:01 del 17 settembre 2015 ha scritto:

RYM Rating 3.27 / 5.0 from 444 ratings . Uhm e qui un otto con media 7.5. Viviamo tempi incerti.

REBBY (ha votato 5,5 questo disco) alle 12:10 del 28 maggio 2016 ha scritto:

Il bello è che condivido molto di quello che è scritto in rece (i primi tre capoversi poi, papali, papali), ma sinceramente credo che, dopo Total life forever, questi stian peggiorando a vista d'orecchio eheh.

Curioso anche che Lonely hunter, il brano che preferisco, sia l'unico che Vito non ha commentato.