My Bloody Valentine
Loveless
Loveless. Senza Amore. Un titolo così più che al suo contenuto fa pensare al rapporto difficile instauratosi tra il Boss della Creation Alan McGee e il geniale ma pignolo Kevin Shields, mente dei My Bloody Valentine, durante il processo di registrazione dell’album.
Che sia stata l’ossessione perfezionista del musicista o i numerosi problemi tecnici occorsi in studio a ritardarne l’uscita, Loveless finalmente viene alla luce nel novembre del 1991 (dopo l’utilizzo di sedici ingegneri del suono, dopo due anni e mezzo di lavorazione e dopo aver fatto spendere all’etichetta, a quanto pare, la bellezza di 250000 sterline, un dato che poi sarà negato da Shields), in un’era in cui il suono ruvido del grunge sembra voler apprestarsi a dominare la scena “alternativa”.
In realtà ben altra ruvidezza, dagli esiti eterei, finirà per modificare realmente le sorti del rock. E se Shields ha sempre rifiutato l’etichetta di “shoegazer”, Loveless è universalmente riconosciuto come uno dei capolavori di quella scena e pietra miliare del rock tutto degli anni Novanta.
I My Bloody Valentine deturpano docili melodie che sovente possono riportare alla mente quelle sessantiane, portando alle estreme conseguenze il discorso iniziato dalla psichedelia beatlesiana, sposata a quella deviata di stampo Velvet Underground, riviste attraverso un percorso parallelo a quello intrapreso dal noise dei Sonic Youth, ma diverso e del tutto particolare.
Si impadroniscono di un nuovo linguaggio del pop rifacendosi ai momenti più romantici del dark-pop curesco, finanche azzardando l’aggancio con un folk spettrale, fino ad anticipare alcune intuizioni di certo post rock. Poi si inabissano in acque lisergiche abitate dagli Spacemen 3 e a volte ne fuoriescono con la carica vitale dei Primal Scream. Infine, si adagiano nei paradisi musicali evocati dai Cocteau Twins.
Le squassanti chitarre che gridano e stridono sottoterra di Only Shallow hanno il compito di aprire l’album, con un effetto subito stordente. Bilinda Butcher si insinua come ombra tra lo ombre con versi incantati, appoggiati come veli soffici e trasparenti ai pesanti strati sonori che, nella loro crudele timidezza, ribolliscono come magma tra le nuvole (stupirà alcuni di voi il fatto che quello che sembra un massiccio lavoro di overdubbing in realtà non è quasi mai stato compiuto!), insidiati da serpi elettroniche. La coda che sopravvive al dolce massacro noise vede affondare note paradisiache in un limo acido.
I tamburi indistinti di O’Ciosoig respirano a malapena sotto le distorsioni stratificate di Loomer, che non possono non lasciar sfuggire una melodia fanciullesca, imbrigliata a fatica.
Il bozzetto sperimentale di Touched cattura ectoplasmi sonori dalla grottesca sagoma che gorgogliano affranti: non è altro che l’anticamera perfetta per To Here Knows When, capolavoro di vertigini rumoristiche, di brividi intensissimi, tra lo scintillio degli archi campionati, le percussioni che ormai sopravvivono sott’acqua, i lenti, sinuosi, confusi movimenti delle chitarre distorte, compiuti sia in ritardo che in anticipo rispetto all’ideale andamento complessivo del pezzo.
When You Sleep è un brusco risveglio: la sezione ritmica più nitida e l’elettricità più graffiante si accompagnano nel refrain strumentale a una melodia che sembra fischiettata.
Di nuovo una coda ambientale, dai contorni ancora più sfumati, ci consegna la nenia cadenzata di I Only Said, in cui le armonie vocali sono ormai del tutto impastate con le glide guitars che cercano di prendere il volo ma invece continuano a essere dilaniate con morbosa attitudine shoegaze.
Lo sfiancante processo di lavorazione del disco porta i quattro musicisti a condurre uno stile di vita dai ritmi assurdi e sfasati, tra continui cambi di assistenti in studio e pochissime ore di sonno. La maniacalità di Shields lo porta a voler escludere ogni membro estraneo al gruppo (incluso McGee stesso) dalle registrazioni delle parti vocali.
Come In Alone è un altro risveglio, ma di un sogno dentro un sogno, un risveglio in madidi paesaggi psichedelici, tenera e malata, da subito incalzata dall’ebbro cinguettìo dei synth.
Al di là del sogno, o forse semplicemente alla fine di esso, troviamo Sometimes, nascosta dietro pavidità inconfessate e tremori amorosi, disturbata dallo sfrigolio delle corde che suona in realtà come un ruggito eterno, soffocato e soave, trascinato fuori dalle chitarre sature con indolenza e al contempo ossessività.
Le tastiere armonizzate (assieme ai cori) si fanno respiro profondo, si sciolgono riversandosi dentro setosi alvei da cui sgorga una romanticissima ninna nanna per romantici malati di insonnia. In Bown A Wish, il celestiale canto della Butcher si intreccia a singulti, lamenti, ululati angelici come lacrime che si confondono tra la pioggia, rapite dalla pietra, che si disperdono attraverso l’evanescente/opprimente tessuto musicale.
Il garage “intenerito” di What You Want vive di mormorii e segreti violati dagli amplificatori spianati mentre Soon si rivela danza sciamanica, senza rinunciare a mostrasi come “solare” brano pop rock.
Loveless non contiene semplicemente delle composizioni pop sporcate dalle sperimentazioni noise. È un flusso unico nel quale sono immersi rumore e melodia in maniera inestricabile, inscindibile, l’uno al servizio dell’altra, l’uno causa e conseguenza dell’altra. Nelle canzoni la purezza affiora piano piano, emerge dal rumore annichilente trionfale e silenziosa, mentre cerchiamo a tentoni un briciolo di lucidità. Tuttavia dobbiamo accettare il fatto che siamo destinati a questo volo leggero, come di piume nel vuoto, assuefatti a questa enigmatica, sfuggente sensualità, che diviene improvvisamente innocenza nel momento in cui la si svela. Proprio nel momento in cui ci si accorge del suo magnetismo.
Loveless è ruggine e zucchero. Loveless lo si sente tra le lenzuola e ovunque nell’aria. Brezza imprigionata nella stanza, che non può uscire.
Assordante, subliminale, dolcissimo sussurro nella testa.
Qui nel letto, forse altrove.
Da nessuna parte.
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