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R Recensione

6,5/10

Levinhurst

Blue Star

The Cure. I Levinhurst, inoltre, riproporanno brani estratti dai primi mitici album dei Cure.

E' stato questo il passaggio fondamentale, quello che ha catturato la mia curiosità leggendo le note pubblicitarie per le tre date italiane dei Levinhurst. Ho abboccato, è stato come ricevere un ordine di comparizione.

Grande serata in un piccolo club, i Levinhurst sono la creatura di Lol Tolhurst, membro fondatore dei Cure, batterista nei primi tre album e poi tastierista fino al 1989. Con lui ora c'è Michael Dempsey, anch'egli co-fondatore della band del Sussex, bassista nel primo album dei Cure e nei primissimi storici singoli: Killing An Arab, Boys Don't Cry, Jumping Someone Else's Train.

Immaginate di poter vedere all'opera Charlie Watts o Ringo Starr nel salotto di casa, ad un paio di metri di distanza, insomma non è una roba di poco conto, si tratta di un palpitante family affair, Tolhurst di nuovo dietro i tamburi, addirittura con Dempsey alla sua sinistra....e giù con Grinding Halt, Another Day, Fire In Cairo, Accuracy e poi i singoli già citati e poi 10:15 Saturday Night, in un saliscendi di forte turbamento emotivo. Non è questo lo spazio per i live report però, siamo qui per il nuovo disco dei Levinhurst.

Dopo aver lasciato i Cure di Disintegration, Tolhurst a metà anni '90 si trasferisce in California, si sposa e per un lungo periodo scompare dal circuito musicale. Solo all'alba del terzo millennio comincia a maturare l'idea di un ritorno, lo fa con la moglie (vocalist) dando vita ai Levinhurst che pubblicano il loro album d'esordio nel 2004. Perfect Life, ad oggi, rimane il miglior lavoro della band, una miscela di elettronica kraftwerkiana, plumbea come gli Human League e minimale come i Cure degli esordi, seguirà House By The Sea nel 2007, nel 2010 è la volta della release mondiale di Blue Star (negli States il disco è uscito nel 2009).

Con il nuovo lavoro, i Levinhurst, reimmaginano le esili strutture in tonalità grigia a lungo esplorate dai Cure smussandone le sfumature più corrosive e i toni angosciosi. Non sempre l’infuso è fruttuoso, le atmosfere da cocktail bar di Sargasso, per dirne una, risultano fuori contesto; altrove, anche se solo episodicamente, la sensuale voce di Cyndi Levinson dà la sensazione di muoversi malferma sullo spartito.

I momenti migliori sono l’apertura dreamy di Here And Now, l’espressività astratta di Nothing There così affine ai migliori Cocteau Twins. Le chitarre liquide di Dark custodiscono il marchio dei “tre ragazzi immaginari”, le trame elettro-acustiche di Kula Den, e ancor più quelle di Mau Mau, echeggiano perfettamente il carattere meditativo del disco, con il ritrovato Dempsey che oltre a suonare il basso cura anche gli arrangiamenti per violoncello.

Il disco è incomprensibilmente autoprodotto, eppure la nuova band di due ex Cure, con un'adeguata indie-promozione, potrebbe vendere un discreto numero di copie con la sola forza d’inerzia, evidentemente la posizione di attesa è voluta dallo stesso Tolhurst che agita nella propria mente strategie economiche che a noi sfuggono.

Blue Star è disco che non sconvolge e non sovverte, a suo modo rappresenta però una conquista indiscutibile, il necessario trampolino verso una nuova maturità. Sicuramente migliore degli ultimi due lavori dei Cure, chissà che a Smith non suoni qualche campanello d’allarme.

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