R Recensione

8/10

Fiery Furnaces

Widow City

Facendo tesoro dell’impianto musical-narrativo dell’imperfetto ma comunque sottovalutatissmo “Rehearsing My Choir” (alzi la mano chi l’ha ascoltato più di una volta…) e sfruttando una strumentazione più classicamente (?) rock, Matthew ed Eleanor Friedberger proseguono sulla strada tracciata dal precedente “Bitter Tea” ma stavolta alzano la posta in gioco. Certo, è il solito vaudeville in salsa acid-rock, a metà fra la decostruzione “beefheartiana” e squarci di esotismo popular, ma era dai tempi del “Blueberry Boat” che i fratellini non lo facevano così bene. Per di più, ora il piglio è decisamente meno naif: pare anzi che, con Widow City, i due abbiano finalmente raggiunto quella totale (in)capacità di controllo della materia finora cercata quasi maniacalmente.

La memorabile suite “The Philadelphia Grand Jury” posta in apertura è lì proprio per ricordarci di cosa sono capaci questi furfanti quando coronano le loro ambizioni “progressive” con una scrittura efficace e finezze strumentali: uno striminzito loop di batteria, il plettro di Matthew che inciampa sulle corde, il ronzio degli amplificatori che sembrano a due passi dalle nostre orecchie, poi cascate d’arpa e l’ingresso della fanfara melodica, condotta dalla voce pastosa di Eleanor in un tripudio di mellotron, ocarine e tastiere coloratissime. Arduo passare ai raggi X il resto di questi sette costipatissimi minuti (talmente arduo che non lo farò): vi basti sapere che il risultato pone l’ometto di casa Friedberger come uno dei più grandi arrangiatori del nostro tempo nonchè degno continuatore delle modalità “collagistiche” di Frank Zappa e dei suoi figliocci (leggasi Residents).

Il metodo è giustappunto quello della frammentazione sonora, della canzone come Frankenstein Jr. dagli arti saldati alla meglio ma col sorriso clownesco della “Canterbury che fu” ben stampato in faccia. Sembra quasi di ascoltare un Van Dyke Parks (periodo “Song Cycle”) in pieno delirio pop art che armeggia con macchinari astrusi e sintetizzatori “a la page” mentre, dietro di lui, i redivivi Gong cercano di “coverizzare” brani degli Who.

Ogni canzone è sconquassata – come da copione – dalla precisa volontà di far perdere le proprie tracce, di confondere per il gusto di farlo: in “Restorative Beer” suonano dei Cheap Trick appena più “bluesati”; i numerosi intermezzi heavy di “Navy Nurse” riesumano le salme (di cui, per ora, soltanto una reale) di Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham; la Title Track è un improbabile (no, meglio: impossibile) jazz dadaista da night club, con Eleanor intenta a recitare la parte dell’annoiatissima e agghindatissima femme fatale di turno e le tastiere di Matthew a scimmiottare trombe e tromboni di una big band immaginaria.

Sorprende poi il generale irrobustimento del suono nonchè l’accortezza di aver inserito nel consueto calderone avant-pop intrusioni chitarristiche hard-noise alla Jesus Lizard (il siparietto di “Automatic Husband”) o svisate alla Fred Firth (la fin troppo variegata e fin troppo irresistibile “Clear Signal From Cairo”). Altrove traspare persino un tocco vagamente alla John Zorn, come nelle cadenze al cardiopalma di “Uncle Charlie”, dove l’art-grindcore del progetto Naked City viene ricondotto ad una dimensione più umana e – per quanto possibile – lineare.

I synth all’acqua di rose di “Ex-Guru” e soprattutto la melodia di “My Egyptian Grammar” (puro glucosio per endovena) riportano invece alla stralunata semplicità dell’Ep, a quel solare pop alla frutta candita di scuola ‘60s (Love, Zombies e tardi Beatles) stemperato però dall’impianto sonoro “squadrato” degli ‘80s e da venature garage sempre più corrosive.

Sul versante più “sintetico” fanno bella figura anche “Japanese Lovers” (una pulsazione alla D.A.F. addolcita da un delizioso flauto rinascimentale) e “The Old Hag Is Sleeping”, con le chitarre liquide che giocano nel contendersi i canali e i bassi tenuti su frequenze profondissime. Altrettanto peculiare il trattamento a cui sono sottoposte le ritmiche in brani come “Wicker Whatnots” o “Cabaret Of The Seven Devils”: sminuzzata in poliritmie di bacchette, rullanti graffiati e grancasse sfondate, la batteria prende le distanze dal timbro legnoso e pompato – come da lezione Albini – degli episodi più vigorosi e si tramuta in puro generatore di riflessi ritmici, proiettore di luci/ombre percussive.

Ciò che più conta, alla fine, è che ogni brano riesca a conservarsi interessante e “musicale” nonostante le evoluzioni incontrollabili a cui va incontro. Sotto questo punto di vista, anzi, “Widow City” è un successo e, a giudizio di chi scrive, la definitiva messa a fuoco della loro poetica mutante. Una poetica che trae linfa vitale proprio dall’apparente illogicità della costruzione, dall’assenza di punti cardinali, dalla mancanza di un centro…Ed ecco che l’operetta rock evolve in grand guignol infernale dove ogni linguaggio si annienta nel suo essere semplicemente “segno” transitorio, mero utensile ingabbiato in un caos babelico.

Non vorrei esagerare, ma questo disco “estremo” eppure così accessibile potrebbe davvero segnare il culmine di tutta la carriera dei due fratellini. O almeno c’è da sperarlo, dato il suo valore. Non fatevelo sfuggire.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 9 voti.

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Marco_Biasio (ha votato 5 questo disco) alle 14:06 del 19 ottobre 2007 ha scritto:

Bella recensione, ma

ho più di una riserva su questo disco. Dei fratelli Friedberger mi piace solamente "Gallowsbird's Bark" (il loro più accessibile, senza dubbio), mentre ricordo con dispiacere i seguenti "Blueberry Boat" e soprattutto l'inascoltabile "Rehearsing My Choir" che, dite tutto quello che volete, ma proprio non mi è mai andato giù. La tua recensione in questo caso mi conferma i dubbi che avevo e mi avverte che questo lavoro sarà il solito, incomprensibile mattone (almeno per me).

ozzy(d) alle 9:52 del 22 ottobre 2007 ha scritto:

la copertina è invitante....

bella recensione

simone coacci (ha votato 9 questo disco) alle 14:57 del 30 ottobre 2007 ha scritto:

what immortal and or eye/coul frame your powerful simmetry?

Disco dell'anno: fino a poche settimane fa ignoravo perfino chi fossero e da dove venissero questi Carpenters con Frank Zappa, Philip Glass e John Cale in organico, ma ora che li ho ascoltati con estrema attenzione temo proprio che non mi riuscirà più di farne a meno. E Losi, non per niente, sa il fatto suo.

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 11:37 del 10 giugno 2008 ha scritto:

un po prolisso nei brani, però bello