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R Recensione

10/10

Unwound

Fake Train

Dopo un’annata di gruppi che ci hanno inondato di una sempre più blanda e canonica estasi simulata, è un vero piacere ascoltare qualcosa che possiede una minima pulsione viscerale, un’aggressiva bordata di riff taglienti ed emorragie vocali”  

Queste parole le scriveva Simon Reynolds in un articolo apparso sul Melody Maker nel novembre 1991. Si parlava dei Nirvana, che stavano assurgendo al rango di divinità del rock grazie al trionfo artistico e commerciale di Nevermind. Quello che stupisce è che se Reynolds ha pronunciato parole del genere (meritatissime eh per carità!) per Kurt Cobain e soci che cosa avrà detto o pensato ascoltando poco più di anno dopo (1993) Fake Train, l’esordio ufficiale degli Unwound per la storica etichetta indipendente Kill Rock Stars?

Forse non le ha trovate le parole, sopraffatto da quel mix indicibile di hardcore, post-rock, noise e math-rock che conciliava miracolosamente gruppi come Fugazi, Sonic Youth, Slint, Big Black, Jesus Lizard e Dio solo sa quanta altra roba fondamentale. Quello che sono riusciti a fare Justin Trosper (voce, chitarra), Vern Rumsey (basso) e Sara Lund (alla batteria dal 1992 dopo aver rimpiazzato Brandt Sandeno) è infatti qualcosa di incredibile raggiungendo un livello di furia sonora distruttrice incanalata in strutture sonore solo apparentemente caotiche: dietro il fragore e l’apparente staticità emotiva che apre l’aguzza Dragnalus c’è infatti un saldo impianto geometrico math-core che segue un’ammaliante linearità resa viscida da un campionario di riverberi, stonature e distorsioni.

Sul piano esistenziale rimane la stretta parentela con la disperazione e l’apatia, sentimenti coevi del grunge (“I don't feel strange / I don't feel anything”) e la relativa sensazione di vivere in un mondo di plastica (“The town you're so bored with / T.V. / Radio / Video”) trovano sfogo in un climax di aggressività asfissiante sia a livello vocale che chitarristico. La devastante partenza di Lucky acid illumina su quali livelli distruttivi possa giungere lo spirito punk-core se unito ad uno spirito semi-schizofrenico e ad un solido impianto sonoro che per l’occasione fa perno su un rombo di basso dal giro straordinariamente aggressivo e vibrante.

Sono storie di profondo disagio emotivo e psicologico quelle che traspaiono dai testi urlati con una visceralità inaudita. Il wall of sound che accompagna versi come “I sit here waiting, trying to kill my day / it's you i'm shaking for, my nervous energy”si alterna ad un’andatura più molleggiata che costruisce sapientemente “l’attesa” dell’accelerazione immediatamente successiva.

Ma è con l’approdo a Valentine Card/ Kantina/ Were, Are and Was or Is che si fa davvero la storia del rock. I primi tre minuti sono pazzeschi: parte un ipnotico e metallico giro di basso, segue a ruota la batteria, e infine compare l’attacco noise di una chitarra mostruosamente assassina. Quel sibilo che precede il suo ingresso non si può dimenticare facilmente e si staglia nella memoria come un’illuminazione divina. La violenza pura si stempera un poco in un post-rock dagli strumentali “sonici” della parte centrale, in cui si alternano cicli sonori di eccezionale intensità vocale e trame sonore più prossime all’essenza di un volcano in eruzione.

Questa bipolarità presente in quasi ogni brano si trascina in questo caso nella maniera più tipica dei Sonic Youth, da cui vengono riprese le malinconiche melodie striate e il rumoroso finale noise. Stesso discorso per il brano successivo Honourosis, che accentua se possibile la dimensione melodrammatica tipica del gruppo, con un testo (“age of the ruin”, “I just wasted too much time, insanity's not worth a dime”, “pity me, resolve / pay for me, absolve”) e una tonalità di canto ancor più cupi dell’usuale.

La seconda parte del disco recupera un taglio più diretto e aggressivo con l’hardcore duro e puro di Gravity slips che si riaffaccia dopo i tuoni figli dei Bitch Magnet di Pure pain sugar. Stesso discorso per il punk ‘77ino di Ratbite (una delle cose più “tradizionali” e melodiche nel complesso) che introduce alla chiusura di Feeling$ real: al di là del solito finale roboante si fanno largo spunti assai prossimi allo slow-core dei Codeine e al post-rock degli Slint.

In mezzo però c’è ancora spazio per l’ultimo scatto di rabbia vitale: Star spangled hell parte con un leggero riff alla Kurt Cobain ma lascia ben presto il posto ad una serie di scatti epilettici che dopo la stasi della parte centrale sfociano in un finale terrificante per potenza sonora. Roba da far passare per un bimbetto il peggior Iggy Pop formato Raw Power.

Questo e molto altro è Fake Train, disco racchiude la quintessenza del post-core americano degli anni ’90, ma più in generale uno di quei pochi grandi dischi davvero capaci di far sorgere sentimenti di rabbia, anarchica istintività violenta e contemporaneamente di profondo disagio esistenziale. Come il punk di una volta. Forse anche meglio.

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Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 6 voti.
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Noi! 8/10
layne74 7,5/10
gramsci 8,5/10

C Commenti

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glenn dah alle 16:55 del 28 ottobre 2010 ha scritto:

grandi, da avere tutto fino all'ultimo (bellissimo) "leaves turn inside you"

ThirdEye (ha votato 7 questo disco) alle 2:00 del 25 maggio 2013 ha scritto:

Questi non hanno sbagliato un disco. Un ottimo debutto, ma il meglio a mio parere deve ancora arrivare, ed arriverà a partire dal successivo, in una escalation qualitativa fino al capolavoro finale di Leaves turn inside you

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 12:19 del 25 maggio 2013 ha scritto:

Io invece credo che questo lavoro sia il migliore mai pubblicato dalla band. Fotografa alla perfezione il loro concetto progressivo di hardcore e post-hardcore. Se la gioca con i lavori più significativi dell'epoca.