R Recensione

7/10

Slayer

Divine Intervention

Siamo nel 1994, in piena era grunge. La cosiddetta “generazione X” sta impazzendo per questo nuovo genere musicale, nato e sviluppatosi a Seattle, e per i suoi paladini indiscussi: Nirvana, Pearl Jam, Stone Temple Pilots e Alice In Chains sopra tutti, successivamente i più derivativi Soundgarden, Tad e Temple Of The Dog, senza per questo dimenticare alcune sonorità vicine, addirittura, ai Tool di “Opiate” e “Undertow”. Sebbene questo momento d’oro stia per terminare nel più brusco dei modi (il tragico suicidio di Kurt Cobain, avvenuto l’8 aprile dello stesso anno) non c’è alcun dubbio che questa sia la musica –ma anche lo stile, l’attitudine, il modo di pensare- del momento. Come non c’è alcun dubbio che, allo stesso tempo, il thrash metal sia considerato roba vecchia.  

Nato verso la prima metà degli anni ’80, grazie ad un connubio fra l’hardcore punk di Misfits e Dead Kennedys e la N.W.O.B.H.M. di Judas Priest e Iron Maiden, il thrash (con due acca, leggasi ferraglia e non spazzatura) era un modo di suonare veloce, semplice, dannatamente ruvido, basato su pochi, facili accordi, da suonare in modo frenetico e violento sotto uno scroscio di doppio pedale. L’anno sabbatico si rivela essere il 1986: dopo un paio di buoni album, le colonne portanti dell’intera categoria –Slayer, Metallica, Venom, Megadeth- se ne escono con quattro fra i più importanti e rivoluzionari album metal della storia (rispettivamente, “Reign In Blood”, “Master Of Puppets”, “Black Metal” e “Peace Sells… But Who’s Buying?”). Tutti si improvvisano loro fan, tutti ascoltano il thrash. Tutti. Questo fino al 1991, anno di uscita di “Nevermind”, album-capolavoro-simbolo dei Nirvana. Da allora, il thrash diventa scomodo, non più di attualità. Tutti gli voltano le spalle: persino quelli che erano considerati i co-fondatori, i “Four HorsemenMetallica, se ne escono, nello stesso anno, con il “Black Album”, un netto distacco dalle loro radici che, gradatamente, li porterà ad uno sbando tecnico e morale non indifferente, in un crescendo che continua, inesorabile, sino ai giorni d’oggi.

Gli Slayer, invece, coloro che rappresentavano la frangia più “estrema”, se si può dire, del thrash metal, rimangono fedeli al loro compagno, anche nel periodo in cui il loro compagno sembra vacillare nell’indifferenza generale. Tom Araya (bassista, voce) e compagnia (Jeff Hanneman, chitarra elettrica: Kerry King, chitarra elettrica; Paul Bostaph, in sostituzione di Dave Lombardo, batteria) vanno contro le mode e, rifiutando di piegarsi ad uno stile che mai potrà essere compatibile con il loro suono, danno alle stampe il loro settimo, discusso album (se escludiamo un live e un EP), dal titolo “Divine Intervention”.

La macabra fama riflessa di cui godono gli “assassini” è stata costruita nel tempo, a causa delle controverse liriche, scritte da King in coppia con Araya, che trattano in modo ambiguo –alcuni sostengono permissivista- di argomenti scottanti, come il satanismo, il nazismo (accusa sempre respinta con vigore dai quattro, che li porterà a litigare furiosamente anche con parecchie band “colleghe”), l’avversione contro le religioni –in primis il cattolicesimo-, la guerra e le “gesta” di alcuni fra i più celebri assassini seriali (noto è, infatti, il fascino che Hanneman prova per queste vicende). “Divine Intervention”, in questo caso, non si smentisce. Il songwriting degli Slayer continua ad essere oggetto di fortissime critiche, soprattutto da parte di alcune associazioni americane, che continuano ad esorcizzarli, nella speranza che il loro “esempio” non venga seguito. Speranza vana: l’album riuscirà a vendere assai bene, conquistando addirittura il disco d’oro.

Merito anche di un sound più cupo, sferzante, rapido ed aggressivo, rispetto ai cd predecessori che, per certi versi, ricorda alcuni episodi del capolavoro “Reign In Blood”. Sebbene non ai livelli, tecnici e carismatici, dell’uscente Lombardo, Bostaph è, in ogni caso, un percussionista dalle grandissime capacità, celere e deciso, abilissimo nell’uso della doppia cassa, distribuita davvero a profusione durante tutti i trentasei minuti di durata. Hanneman e King continuano a macinare riff su riff, con una rapidità ed una competenza inimmaginabili per i chitarristi alle prime armi, lanciandosi in assoli davvero precisi ed elaborati, che in più di un caso risollevano le sorti di un pezzo poco riuscito (vedasi il nerissimo macigno che risponde al nome di “Fictional Reality”). Araya, imperterrito, fa quello che sa fare: urlare, in tutte le salse, maniere e tonalità. Se questo, talvolta, pecca di monotonia e rischia di stancare l’ascoltatore, in altri casi risulta essere l’arma in più per trasformare una traccia pericolosa in una traccia mortalmente letale. Il massimo esempio è dato dal primo singolo estratto, “Dittohead”: se la doppia cassa martella come non mai, a ritmi talvolta letteralmente assurdi, e la perizia dei chitarristi è tale da sfornare due assoli mozzafiato, d’altro canto lo scream insistente di Araya regala alla canzone un ulteriore tiro di potenza terrificante. Decisamente interessante anche “SS-3”, il famoso pomo della discordia fra Jeff Hanneman e Max Cavalera dei Sepultura (che lo taccerà di essere un filo-nazista): i riff pesantissimi che escono dalle due chitarre degli Slayer si contorcono, lentamente, acquistando sempre maggior velocità, fino al finale schizofrenico. Quasi a ricordare chi sono, davvero, i veri maestri del thrash.

Ma anche i maestri peccano di superiorità. La maggior parte degli accordi che si sentono durante tutto lo scorrere di “Divine Intervention” sono praticamente identici fra di loro, con differenza impercettibili in velocità e modulazione. Questo si rende quasi fastidioso laddove si sente un deficit artistico e una mancanza di idee fresche: i casi più eclatanti sono “Circle Of Beliefs”, una copia di “Dittohead” con qualità decisamente inferiori, e “Mind Control”, che chiude l’album, potentissima ma davvero troppo, troppo ripetitiva. “Sex. Murder. Art” –potete immaginare di cosa parli il testo- parte invece da un buono spunto, che affoga ben presto, però, in un delta limaccioso. La causa? L’incredibile assenza di assoli.

 

Alla resa dei conti, le tracce migliori si rivelano essere “Serenity In Murder” e “213”. La prima, scelta fra l’altro come secondo singolo, è un terribile e velocissimo excursus nella follia della mente umana, scandito da un ritmo possente e da due esibizioni solitarie di King e Hanneman, acute e laceranti. La seconda, ispirata al numero dell’appartamento nel quale il cannibale Jeffrey Dahmer seviziava e uccideva le proprie vittime, ha dalla sua il pregio di aprirsi con un inquietante giro di chitarra acustica, una piacevole novità per quanto riguarda i canoni-Slayer. Salvo poi trasformarsi nel solito mostro metallico, cinetico ed oppressivo.

La sensazione, finito l’ascolto dell’album, è che ci sia un po’ troppo appannamento, pochi spunti e un infossamento recidivo nel cliché che imprigiona da tempo immemorabile la band. La violenza c’è, la potenza anche, la cattiveria non è mai mancata: quelle che scompaiono, talvolta, sono le idee. Poi ci si ricorda: siamo nel 1994, in piena era grunge. L’avevamo detto all’inizio della recensione, no? Beh, gli Slayer ci sono stati. Anche qui. E allora, che pretendere di più? Ditelo ai Metallica. È con un sorriso quindi che, finalmente, “Divine Intervention” viene promosso, senza riserve.

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Voto degli utenti: 4,6/10 in media su 5 voti.
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Vikk 6/10

C Commenti

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Vikk (ha votato 6 questo disco) alle 13:39 del 27 agosto 2007 ha scritto:

cioe' fammi capire tu metti come "paladini indiscussi" gli Stone Temple Pilots e definisci derivativi i Soundgarden e i Tad 2 tra i gruppi old school della new wave di Seattle di fine anni 90?!?!

Tornando al disco me lo ricordo abbastaza positivamente anche se sono anni che non lo riascolto, sicuramente qualche piccola novita' la si vedde come un avvicinamento ad un suono piu' HC che strizza l'occhio ai Sepultura di Chaos AD

I fan della band non apprezzarono molto, da non fan il disco e' piu' che dignitoso

Marco_Biasio, autore, alle 14:13 del 27 agosto 2007 ha scritto:

Sapevo che questa questione avrebbe portato ad inevitabili discussioni. Per "derivativo" io intendo dire che, pur facendo parte dello stesso filone, ne sviluppa delle sonorità alternative. So benissimo che "God's Balls" dei Tad è uscito nel 1989, come "Bleach" dei Nirvana, tuttavia il suono dei Tad è molto più pesante e metallico di quello dei Nirvana, e quindi, in un certo senso, derivativo dalla scena grunge classica. Se ti va bene, sostituisci derivativo con "alternativo"... ripeto: per me, derivativo non si riferisce solamente ad una cosa che è venuta "dopo" un'altra e ne ricalca spudoratamente alcune sembianze, ma anche al significato detto sopra. Concluso ciò, ti ringrazio della pazienza nella lettura e nella segnalazione Ti faccio un solo appunto: non è questo Divine Intervention che si avvicina alle sonorità hardcore )) Gli Slayer sono sempre stati molto più hardcore punk che metal in senso stretto. Il loro stile personale li ha poi indotti a sviluppare sonorità ancora più veloci e pesanti ma, per dirla tutta, Jeff Hanneman è e rimane un punkettone!

Nucifeno (ha votato 7 questo disco) alle 18:24 del 4 settembre 2010 ha scritto:

Non il migliore degli Slayer, ma...

Killing Fields, SS-3, Dittohead, Circle of Beliefs... quanti altri gruppi possono vantare ste canzoni?