V Video

R Recensione

10/10

Tool

Lateralus

Sin dalla sua nascita, persa nella notte dei tempi, l’uomo è rimasto affascinato dall’immaginifico ideale della perfezione, che si manifestava intorno a lui nelle più svariate forme, che solo la natura sa dare alle proprie creature. E, pur conscio dei propri ed innumerevoli limiti, ha ricercato alacremente di avvicinarsi il più possibile a questa magnifica utopia, mediante il suo sfaccettato e stratiforme genio. Ovunque, in ogni epoca ed in ogni luogo, c’è stato qualcuno che ha deciso di intraprendere questa missione titanicamente impossibile, affidandosi tanto ad una scrupolosissima dedizione quanto ad una piena coscienza di sé e del proprio potenziale, cercando di migliorarsi, giorno dopo giorno, pur sapendo già che la meta suprema era destinata a fallire.

Ma molti ci sono andati vicini, molto vicini. Pensiamo a Leonardo da Vinci, instancabile inventore, creatore e studioso di decine e decine fra le maggiori discipline d’istruzione, dalla matematica, alla biologia, alla scultura, alla pittura, all’architettura, alla letteratura. O ancora, ai leggendari musicisti classici: Bach, Chopin, Beethoven, Verdi, Mahler. E dobbiamo concedere un occhio di riguardo anche a Leonardo Fibonacci, matematico fiorentino del Rinascimento, noto per aver scoperto la cosiddetta “spirale” geometrica che da lui prende il nome. Fibonacci, infatti, costruendo la sua teoria, scoprì che un qualunque numero della serie risulta essere la somma delle due cifre che lo precedono. Ad esempio, il 5 viene preceduto dal 2 e dal 3 (2 + 3 = 5). E quindi, si arrivò a scrivere 1-1-2-3-5-8-13…

Da qui, “Lateralus”. Un altro mondo.

L’argomento che stiamo per trattare è talmente complesso e, allo stesso tempo, delicato, da non poter essere trattato con sufficienza o, comunque, superficialità. Occorre concentrazione, obiettività –anche se, temo, di quella ne resterà poca- e soprattutto preparazione. Non avrò la presunzione di possedere, anche in minima parte, una di queste tre caratteristiche, ma in ogni modo mi accosto a parlarvi di questo disco –e di questa band- con la stessa trepidazione che può provare un bambino di fronte ad un supereroe.

Signori e signore, si parla di Tool. Non una formazione qualsiasi: i Tool.

Nati a Los Angeles, nel culmine dell’era grunge, i quattro musicisti americani (“Maynard” James Herbert Keenan, voce: Adam Jones, chitarra elettrica; Paul D’Amour prima, Justin Chancellor poi, basso; Danny Carey, batteria) esordirono sul mercato discografico nel 1992, con un EP dal nome “Opiate”. L’album vero e proprio, “Undertow”, arrivò solamente l’anno successivo. Pregno di strascichi post-grunge, dal mordente sonoro serrato e sostenuto, mostrava in pratica solamente il lato aggressivo della band, per certi versi ancora acerba ed immatura. Con l’addio di D’Amour, e il conseguente arrivo di Chancellor, il complesso si trasfigurò completamente. Tre anni di silenzio: tre anni di meditazione, necessari per elaborare quindici nuove canzoni, necessari per distaccarsi completamente da ogni possibile etichettatura, necessari per sviluppare una nuova sensibilità progressive, oscura, limacciosa, interiore. Ed ecco spuntare fuori il capolavoro: “Ænima”. Uno dei dischi, se non il disco, fondamentali degli anni ’90. Oltre settanta minuti di claustrofobia lisergica, asfissiante, poderosa.

Poi, ancora cinque, lunghissimi anni.

È solo agli inizi del 2001 che si cominciano a spargere le voci sul nuovo lavoro dei Tool: il titolo, provvisoriamente “Systema Encephàle”, solo in seguito “Lateralus”, esce nella primavera dello stesso anno. Tredici tracce in totale, per settantotto minuti abbondanti.

E nulla sarà più come prima.

Tutto, all’interno dell’album, è predisposto secondo la più rigorosa delle disposizioni geometriche. Tutto è calcolato, ragionato, freddamente elaborato, tutto viene incastonato con una precisione certosina. Nulla è lasciato al caso, nulla è frutto di improvvisazione. Ma il disegno di progettazione è talmente vivido, ricco, elaborato e inventivo da sembrare alieno, asettico… extraterrestre.

Nell’artwork è rappresentato un uomo. Un uomo traslucido, che viene ripreso in ogni pagina del libretto. Un uomo che, foglio dopo foglio, viene letteralmente scorticato, per apparire integro in tutta la sua debolezza. Umana, per l’appunto. Si possono osservare tutti gli organi, cuore compreso, che appaiono sotto lo strato cutaneo. Per poi finire con il cervello dell’inpiduo, nel quale si può scorgere la parola “God”. Un anello di ricongiunzione che si chiude, con uno scatto secco.

E la musica. La musica…

Con un cigolio meccanico, le danze vengono aperte da “The Grudge”, un buco nero, fosco e psichedelico, dove riff roboanti e metallici si contorcono, subendo improvvise accelerazioni, o spiazzanti rallentamenti, in mezzo ad una nebbia elettronica. La voce segue i dettami dei controtempi percussionistici dettati da Carey, un vero mago dietro le pelli: ruvida fra l’imponente monolite sonoro di Jones e Chancellor, morbida nell’arpeggiato cibernetico, sognante fra le dense brume dei feedback sfrigolanti, in un continuo, meccanico ballo, fatto di doppi pedali, cambi di tempo, accordi chiusi ed ossessivi, urla poderose.

L’intermezzo sonoro dell’acustica distorta di “Eon Blue Apocalypse” serve ad introdurre il subdolo macigno di “The Patient”, una sorta di trasposizione dei Pink Floyd in una notte gelida, senza stelle, dove il tempo si perde e la cognizione di sé stessi anche. Tutto è alterato, meccanico, senza speranza: le caligini condensate che appaiono nell’orizzonte vengono sconvolte e ribaltate da un continuo marasma di riff, come se Gilmour stesse combattendo contro dei demoni infernali, sostenuto da una scarica balistica di doppia cassa, traballante e terremotante. Ed il tutto è reso ancora più cupo dalle parti vocali, quasi disperate nell’ultimo, grande grido d’aiuto.

Un ennesimo intermezzo, che riproduce il miagolio di uno dei gatti di Maynard mentre viene strozzato (“Mantra”) è il preludio perfetto per “Schism”, il pezzo, se possibile, più “terreno” ed umanamente concepibile dell’intera opera (non a caso, primo singolo estratto). Questa volta, ad essere tirati in ballo sono i King Crimson: quell’unico riff, angoscioso nella sua monotonia, sembra rimbalzare da una parte all’altra dell’opprimente casa di specchi nella quale i Cremisi sono stati rinchiusi, a tradimento, dai quattro losangelini. Quella cantata da Keenan è quasi una nenia, sonnolenta e regolare, che annega in un mare di drumming sconnessi. E l’universo, pian piano, si espande, a ritmo sistolico.

Il binomio interludio/brano continua anche con la successiva pisione, in “Parabol” e “Parabola”. Se la prima sembra essere suonata sugli altopiani tibetani, tanta è la metodica spiritualità che si vi si respira –dalla voce, bassa e lamentosa, alle chitarre, distanti, ipnotiche e riecheggianti-, la seconda è la sorella cattiva, l’alter ego mostruoso. Basta un repentino cambio di feedback, e la creatura sussulta, attraversata dalla corrente elettrica, per poi mutare in una spaventosa allucinazione. Mai come ora, i Tool si sono soffermati alla ricerca del proprio io interiore, tra picchi di sofferenza e constatazioni dal retrogusto ascetico (“This body/ this body is holding me/ be my reminder here that I am not alone/ in this body/ this body holding me/ feeling eternal/ all this pain is an illusion”): è forse la droga la sostanza che permette queste “percezioni” extrasensoriali? Non è dato saperlo: ma viene davvero la pelle d’oca nel finale quando, dopo gli ultimi sconquassi metal e i guaiti rabbiosi di Maynard, si crea un muro sonoro dalla potenza vibrante, quasi mistico, che discende sui timpani dell’ascoltatore come manna dal cielo, commovente ed emozionante. Ed è una spirale magnetica che sale in alto, per poi collassare su sé stessa e disperdersi nell’infinito. Il rispettivo video, diretto da Jones, è quanto di più artistico si potesse prevedere, un piccolo film, schizzato e metaforico, la cui visione è assolutamente consigliata.

Se quanto fatto finora sembrava inumano, quasi pino, bisognerà aspettare la seconda parte per rendersi conto che, quelle ascoltate, altro non erano che bazzecole. Se avevamo ascoltato un mondo, ora davanti a noi si apre un universo. Pieno di sorprese e di mutamenti.

Abituati com’eravamo ai rintocchi prog e alle dispersioni psichedeliche, dobbiamo subito ricrederci e focalizzare l’attenzione su altre sfumature. La ripartenza, infatti, è affidata ad una delle canzoni –se non la canzone- più violenta nell’intera storia dei Nostri, “Ticks & Leeches”. Carey si supera, letteralmente: se prima lo consideravamo un mago, ora dobbiamo vederlo sotto una nuova luce, quella dello stregone. I tempi che crea sono così discordanti e veloci che facciamo appena in tempo ad accorgerci delle sature distorsioni che accompagnano chitarra e basso, o delle urla disumane, poco meno rapcore, che ci regala il buon Keenan. Tutto il pezzo si snoda attraverso un esoscheletro prettamente hardcore, serrato, brutale e veloce nonostante l’ingombrante durata finale, che nelle decelerazioni sviluppa alcune propaggini di ribollente prog, largamente contaminato da spunti elettronici e da bisbigli incomprensibili.

Ma la vera e propria perla di tutto il disco è la title-track, nove minuti e ventiquattro di musica, nata solo per penire leggenda. Già da quell’arpeggiato occulto che colora di mistero l’incipit, per poi esplodere in un’ordinatissima sfuriata metallica, si capisce quale meraviglia si stia dipanando nelle nostre orecchie. Il vero e proprio incanto, in ogni caso, è rappresentato dalle liriche o, meglio, dal loro assetto. Il testo, infatti, viene volutamente sillabato in modo da creare un’ipotetica sequenza di Fibonacci: una soluzione così cervellotica ed insolita da non apparire chiara ai primi ascolti. Ma tant’è: provare per credere. “Black (1)/ then (1)/ white are (2)/ all I see (3)/ in my in-fan-cy (5)/ red and yel-low then came to be (8)/ rea-ching out to me (5)/ lets me see (3)/ as be-low, so a-bove and be-yond, I i-ma-gine (13)/ drawn be-yond the lines of rea-son (8)/ push the en-ve-lope (5)/ watch it bend (3)”. Talmente assurdo da essere vero: il genio di Fibonacci risorge, glorioso, in mezzo ad una serie di riff ruvidi e sotto un passaggio di doppio pedale. Ma, ricordiamo, si sta parlando di Tool, nient’altro che un altro, grandissimo ingegno.

Da questo momento in poi, l’ultimo contatto con la Terra viene definitivamente interrotto. Si viaggia in una dimensione parallela, onirica e narcotica.

È un compito ingrato, quello del tridente “Disposition”, “Reflection” e “Triad”. Con circa ventitré minuti a disposizione, devono permettere, se non creare, fluidità con il mattone sonoro creatosi alle spalle, un Big Bang musicale che sta facendo crollare le fondamenta basilari del suono moderno. Sembrerebbe davvero impossibile riuscirci: eppure, non solo i quattro ce la fanno, ma vanno oltre e arrivano a comporre un passaggio ancora migliore. Una full immersion in un tunnel lisergico, estraniante, incredibilmente introspettivo, lungo ed estremamente elaborato.

Una galleria che parte da “Disposition”, pezzo dolce ed armonico, che viene più volte attraversato da una vena di suggestione tribale, grazie agli arabeschi tracciati dalla chitarra di Jones. Il respiratore viene staccato: il sortilegio di “Reflection” può finalmente avere inizio. Immersioni new age, percussioni gorgoglianti che segnano il tempo con incredibile perizia, chitarra e basso che si fondono in un unico, grande, ammaliante strumento, pronto a lanciare le sue onde radio magnetizzanti e seducenti, flauti di Pan che serpeggiano in ogni pertugio, feedback che alzano la testa e si risvegliano, improvvisamente, densi e metodici. Le parti vocali sembrano essere in secondo piano, come cadute in una trance incontrollabile. Non c’è bisogno di perpetrare rabbia, si avverte solo un senso di grande pace interiore, anche nei momenti meno controllati, dove le chitarre si scindono e disperdono per la terra i propri acidi. Ma non c’è rancore, né tantomeno vendetta. Solo una rassegnata meditazione, che trascende nell’incommensurabile.

Lenta e silenziosa, arriva anche “Triad”, la strumentale, l’ultimo tassello che mancava a “Lateralus”, se di mancanze si può parlare. Questa volta, però, il sonno eterno è finito. Le chitarre si sono risvegliate dal loro assopimento e, con esse, si è riaccesa la fiamma ossidrica del furore metal. Un vero e proprio inabissamento nella psichedelia più terribile e recondita, in un oceano di controtempi e di riff cupi e possenti, sempre più violenti e decisi. Un bagno che stordisce e, allo stesso tempo, rigenera.

Potrebbe essere finita qui. Potrebbe. Ma non per i Tool.

L’epitaffio è firmato “Faaip De Oiad”, una conversazione telefonica fra due persone non meglio specificate, disturbata da continui pizzicori industrial, nella migliore strategia Nine Inch Nails, dove nulla si riconosce chiaramente se non quel ronzio meccanico, continuo, quel loop cibernetico che gira, gira, gira. E chiude. Rimane solo il silenzio.

Signori e signore, in questo album c’è scritto il genoma del rock. Il passato, il presente, il futuro, l’immaginabile, l’inimmaginabile, l’impossibile. Il chiaro, l’esatto, l’astruso. Inascoltabile per chi non abbia, nel proprio inconscio, una capacità di sopportare settantotto minuti infernali. Settantotto minuti che hanno cambiato la musica. Settantotto minuti… perfetti. Non una macchia, non una sbavatura. A qualcuno potrà sembrare prolisso, pedante, fin troppo pastoso, addirittura (!) un mero esercizio di classe, un inutile sfoggio di bravura, o ancora un’opera glaciale, fredda, senza sentimenti.

Pensatela come volete. Una cosa è certa: “Lateralus” è la Perfezione, con la p maiuscola, fatta musica. La Perfezione che molti hanno cercato e che solo quattro, al momento, hanno raggiunto. I Tool.

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Voto degli utenti: 9,1/10 in media su 55 voti.

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Marco_Biasio, autore, (ha votato 10 questo disco) alle 20:20 del 2 agosto 2007 ha scritto:

Un paio di precisazioni

Ringrazio anticipatamente i gentili utenti che avranno voglia di leggersi siffatto mattone e, magari, commentarlo E mi scuso della lunghezza, ma i Tool sono i Tool. Preciso una cosa. Laddove dico che questa è la Perfezione fatta musica, non intendo certamente sminuire altri capolavori partoriti nel corso di sessant'anni (i primi che mi vengono in mente sono, ad esempio, il Sgt. Pepper's, The Piper At The Gates Of Dawn, In The Court Of The Crimson King, Rock Bottom, Reign In Blood, Nevermind, Loveless, Still Life, Toxicity solamente per citarne alcuni). Tutti questi sono capolavori perfetti. Ma, vedete, in tutti questi dischi si riesce a percepire, magari anche solo di fondo, un tocco, come dire, "umano". E questi dischi emozionano anche per i loro piccolissimi difetti, piccole tracce di calore umano. Lateralus per me è diverso: dispensa emozioni a iosa, ma nel contempo ha una struttura che difficilmente può essere ricollegata a qualcosa di umano. Il suono è talmente perfetto, senza intoppi, geometrico, che mi sono sentito in dovere di fare questa precisione. Sperando di non aver turbato la sensibilità di qualcuno, a presto

Moon (ha votato 10 questo disco) alle 23:59 del 4 agosto 2007 ha scritto:

un capitolo felice di questo decennio

veramente i miei complimenti, ottima analisi, anche se un pò eccessiva in certi aspetti, per un album difficilissimo. il migliore forse degliultimi 10 anni. al tuo elenco di capolavori aggiungerei i primi 2 dei velvet underground.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 8:50 del 5 agosto 2007 ha scritto:

Incredibile come un album così poco spontaneo e così tanto studiato possa avere anche tanto cuore! Grande recensione per un lavoro geniale!

Marco_Biasio, autore, (ha votato 10 questo disco) alle 10:16 del 5 agosto 2007 ha scritto:

Thank you!

Grazie a tutti dei complimenti e, soprattutto, della pazienza.

DonJunio (ha votato 9 questo disco) alle 22:06 del 7 agosto 2007 ha scritto:

and we're sinking deeper....

Difficile dare un seguito a un capolavoro come "Aenima", praticamente impossibile superarsi. "The Grudge" è forse l'unico pezzo capace di andare oltre "Aenima", grazie a una sezione ritmica mostruosa. Il resto dell'album batte con estro e ispirazione un canovaccio ben consolidato: però "Lateralis" e "reflection" perdono il confronto con "Pushit" e "thirdeye". Unod ei migliori album di questa decade senza dubbio però.

simone coacci (ha votato 10 questo disco) alle 17:55 del 9 agosto 2007 ha scritto:

Aenima era più legato alla forma-canzone (sebbene bordi e confini minacciassero già di sfaldarsi e gli intermezzi fossero così dilatati da dare al tutto una connotazione liquida e amniotica) una polimorfia di prog e metal crossover (o prog-over come direbbe uno che ha voglia di essere lapidato) comunque strabiliante,inegualiata in senso assoluto. Lateralus è il passo successivo. Una scientifica iniziazione all'occulto,un dispiegamento nitido e razionale delle arti magiche che ti imprigionano come un incantesimo. Quando penso ai Tool mi vengono in mente Menenio Agrippa,Alberto Magno e altri filosofi tardo-medioevali fautori di una conoscenza esoterico-alchemica della vera natura delle cose. E ringrazio il cielo che esistano. Anche se con questo disco,probabilmente,hanno toccato l'apice e varcato per sempre un punto di non ritorno.

Marco_Biasio, autore, (ha votato 10 questo disco) alle 18:22 del 9 agosto 2007 ha scritto:

Grazie

Grazie a Junio e Simone. Infatti, già con 10.000 Days hanno allentato la presa: la durata delle canzoni si è allungata ancora, in compenso gli scheletri che le sorreggono sono molto più semplici da seguire, in qualche caso addirittura orecchiabili. Per carità, a me continua a piacere molto (a differenza di molti altri). E' solo che è decisamente più immediato di Lateralus. Lateralus è un qualcosa di immenso, che riesce a superare Aenima, che già di suo era un disco senza confini, mostruoso.

Giuseppe Pontoriere (ha votato 10 questo disco) alle 18:59 del 22 agosto 2007 ha scritto:

Sono rimasto a bocca aperta.

Marco...non ho parole. Ma che mi combini? Mi descrivi un album dei Tool alla maniera dei Tool, in modo sublime, perfetto, sinceramente freddino(ma non è un male). Questa, senza dubbio, è la tua recensione migliore. Il disco, beh... non capisco come Pitchfork Media abbia il coraggio di dargli 1,9... su 10. Evidentemente è talmente difficile da digerire che si ama oppure si odia profondamente. 10 al disco, anche a te naturalmente.

Marco_Biasio, autore, (ha votato 10 questo disco) alle 14:14 del 27 agosto 2007 ha scritto:

Giuseppe...

...sei sempre il solito esagerato! Grazie comunque della pazienza nel leggerti tutta 'sta roba

swansong (ha votato 10 questo disco) alle 16:02 del 9 ottobre 2007 ha scritto:

Swansong

Uno dei dischi più importanti degli ultimi 20 anni...Punto!

Ottima rece Marco veramente, ma, se permetti nell'ultimo post (per quanto abbia afferrato benissimo il senso delle tue parole e quindi ciò che vuoi dire), citi titoli che nemmeno alla lontana possono essere anche solo accostati a Lateralus...forse era meglio non fare specificazioni...

juanESCALANTE (ha votato 10 questo disco) alle 18:15 del 22 novembre 2007 ha scritto:

Senza parole

Caro Marco, ti dico solo una cosa, ho fatto una stampa grande quanto uno striscione della tua recensione e me la sono attaccata in camera...

GRANDE!!!

Nucifeno (ha votato 8 questo disco) alle 22:47 del 24 dicembre 2007 ha scritto:

Ok, i Tool, grande band, ma...

Col passare del tempo ho rivalutato parecchio i Tool: quando avevo 14-15 anni li ascoltavo a manetta, senza sosta, credendo che fossero il top del top, la quintessenza della musica alternativa, roba per pochi, colti, raffinati. Ma con l'andare avanti del tempo ho scoperto molti altri gruppi del filone alt metal che mi hanno portato a rivalutare la band in questione: i Tool restano un complesso dal valore assoluto piuttosto elevato, ma non credo rappresentino la perfezione assoluta, e non credo nemmeno che Lateralus, nonostante l'enorme impegno e le numerose leggende che circolano attorno al disco (vedi la spirale di Fibonacci usata per le liriche della title-track, come giustamente citato nella recensione), sia un'opera in grado di ribaltare completamente la storia del rock del 2000. Esistono infatti, molte bands che hanno influenzato la musica negli anni e che sono molto meno affermate dei Tool: Voivod, Today Is The Day, Neurosis (che vabbè, non sono sconosciuti, ma non godono certo della stessa fama di M. J. Keenan e soci), Isis, ma anche Alchemist ecc. I Tool alla fin fine non sono così difficili da ascoltare se paragonati ad altre realtà parecchio più ostiche. Sono senza dubbio i più famosi, ma non necessariamente i migliori o i più incomprensibili. La perfezione assoluta, la cura maniacale, la produzione lucidissima e fredda di questo disco possono essere al tempo stesso sia un pregio ma anche un difetto: il sound, seppur più potente, è meno viscerale e sincero di Aenima. Questo è solo un mio parere, ci mancherebbe altro, non voglio sminuire un'opera complessa e di grande qualità come Lateralus, ma occhio a non idolatrarli troppo Ciao!

Dasein (ha votato 7 questo disco) alle 19:54 del 6 febbraio 2008 ha scritto:

Insomma...

Bel disco rock, ma non scomodiamo certi giganti della storia dell'arte con astrusi paragoni riguardanti il concetto di perfezione.

VDGG (ha votato 7 questo disco) alle 14:44 del 13 febbraio 2012 ha scritto:

RE: Insomma...

esattamente...

Lux (ha votato 6 questo disco) alle 13:40 del 13 aprile 2008 ha scritto:

Penso sia il disco più sopravvalutato dei 90 insieme a I&W dei Dt..meglio Aenima.

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 12:54 del 14 dicembre 2008 ha scritto:

RE: Lux

''Penso sia il disco più sopravvalutato dei 90...'' [?] ...per l'appunto, l'album uscì nel 2001

Lux (ha votato 6 questo disco) alle 1:36 del 4 maggio 2012 ha scritto:

RE: RE: Lux

Giusto, quattro anni fa sbagliai, perchè parlavo di Lateralus ma pensavo a Aenima (lui si realmente pubblicato nei'90). Comunque il succo del discorso è che mi sembrava un lavoro sopravvalutato

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 18:23 del 25 novembre 2008 ha scritto:

Eccezionale miscela claustrofobia, multiforme, terrificante e psicotica, che ne fa di quest'opera, un viaggio interiore dell'uomo e della psiche. Sicuramente uno degl'album più rappresentativi del corrente decennio (insieme a ''Kid A'' dei Radiohead, ''Toxicity'' dei System Of A Down... e pochi altri).

tramblogy (ha votato 10 questo disco) alle 21:00 del 17 marzo 2009 ha scritto:

E CHI NON HA IL VINILE.....BUUUUUUUU

luca.r (ha votato 10 questo disco) alle 14:38 del 29 settembre 2009 ha scritto:

album fenomenale ed imprescindibile. Un autentico monumento sonoro.. probabilmente, il vero capolavoro in musica dell'ultimo decennio. Recensione ottima (e abbondante)

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 22:24 del 22 marzo 2010 ha scritto:

in loop perpetuo da una settimana e più, non lo ricordavo così devastante: quoto alla lettera cas. marco davvero super.

bart (ha votato 8 questo disco) alle 23:54 del 21 aprile 2010 ha scritto:

Disco composto da grandi pezzi: solo un pò pesante se ascoltato per intero.

Tizio (ha votato 10 questo disco) alle 17:41 del 24 aprile 2010 ha scritto:

Capolavoro assoluto. Ogni volta che lo riascolto penso che maynard sia un alieno. Super recensione!

gigino alle 17:36 del 30 aprile 2010 ha scritto:

Curiosità

Dei tool sinceramente conosco solo 10,000 days. Non è male, ma niente di straordinario. Leggendo la rece e i seguenti commenti mi avete convinto ad acquistare anche Lateralus. Spero di non rimanere deluso...

Bellerofonte (ha votato 9 questo disco) alle 12:26 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

come gia scritto dall'altro lato, lo considero sotto Aenima.. ma che album! anche questo. 9,5

Hexenductionhour (ha votato 9 questo disco) alle 20:53 del 15 febbraio 2011 ha scritto:

Alieni

VDGG (ha votato 7 questo disco) alle 14:42 del 13 febbraio 2012 ha scritto:

sopravvalutati...

B-B-B (ha votato 9 questo disco) alle 13:45 del 29 giugno 2015 ha scritto:

Eh dai, non esageriamo ghgh Scherzo, voglio solo sapere perchè li ritieni sopravvalutati, se è possibile.

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 20:31 del 30 giugno 2015 ha scritto:

non sono sufficientemente prog evidentemente LOL

B-B-B (ha votato 9 questo disco) alle 20:40 del 30 giugno 2015 ha scritto:

Per i suoi gusti? LOL

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:07 del 30 giugno 2015 ha scritto:

LOL è una battuta sulle discussioni sul prog che animano il sito.....molto bello comunque "lateralus", tra i tanti momenti indimenticabili la coda di "ticks and leeches" che omaggia i God Machine di "Purity".

Paul8921217 (ha votato 10 questo disco) alle 13:37 del 10 ottobre 2012 ha scritto:

Disco irreale.Un'emozione che cresce ascolto dopo ascolto, grandissimi!!!!!!!

Dusk (ha votato 10 questo disco) alle 17:30 del 11 maggio 2013 ha scritto:

I Tool sono i Tool, e credo che gli ultimi tre album che abbiano composto siano tre capolavori da 10 e lode; semplicemente, ognuno sonda l'anima e il corpo da punti di vista differenti.

Lateralus è il più geometrico, equilibrato, spaziale dei tre. Un "viaggio cosmico", come da recensione. Un oggetto da venerare.

Ascoltando un cd del genere si prova una sorta di timore sacro, come se fosse un oggetto catapultato qui sulla terra da un'altra dimensione, non propriamente umana.

JJSEV alle 17:15 del primo marzo 2014 ha scritto:

Bella recensione!!Ma non sono d accordo sul concetto di perfezione..quello lo lascerei ad altri dischi comunque rimane un capolavoro degli ultimi anni un esempio di prog metal ai massimi livelli, mi ricordo che negli anni in cui uscì ero al liceo e venivano un po visti come i nuovi pink floyd ahah mi ricordo che girava spesso questo disco erano molto popolari. Il disco in sè lo trovo molto quadrato e calcolato, l'unico difetto lo ritrovo nella lunghezza eccessiva, infatti ci sono anche degli episodi trascurabili, mi ricordo che sempre in quegli anni lessi un articolo sui Tool in cui la loro musica venne definita con una formula matematica del tutto azzeccata Melvins+Ministry+Jane's Addiction(di Three Days.e Then She Said)=Tool..e aveva totalmente ragione..

gianni m (ha votato 10 questo disco) alle 11:45 del 12 marzo 2016 ha scritto:

stupenda recensione in effetti con quell'album raggiunsero una perfezione sonora assoluta... che ancora ci avvolge

gianni m (ha votato 10 questo disco) alle 11:46 del 12 marzo 2016 ha scritto:

stupenda recensione in effetti con quell'album raggiunsero una perfezione sonora assoluta... che ancora ci avvolge

donquijotedoflamingo340 (ha votato 9,5 questo disco) alle 9:48 del 21 agosto 2016 ha scritto:

Disco "scientificamente" perfetto!

K.O.P. (ha votato 10 questo disco) alle 20:18 del 17 marzo ha scritto:

Grande album e recensione perfetta per questo disco! Davvero ben fatta complimenti!!!

baronedeki (ha votato 9,5 questo disco) alle 18:07 del 7 aprile ha scritto:

Album tanto studiato quanto emozionante (come andare in analisi senza avere bisogno dello strizza cervelli) . Premesso che i Tool sono unici ed hanno uno stile musicale riconoscibile ma quanto si sentono i Jane's Addiction specialmente nella sezione ritmica . Non so se Carey è il migliore batterista in circolazione ma se c'è una cosa di cui sono certo e che questo batterista è uno dei pochi virtuosi rimasti.

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:10 del 7 aprile ha scritto:

"parabola" si puo' definire una versione evoluta dei Jane's Addiction di Nothing's shocking...disco fottutamente grandioso, lunga vita ai Tool.

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:11 del 7 aprile ha scritto:

"parabola" si puo' definire una versione evoluta dei Jane's Addiction di Nothing's shocking...disco fottutamente grandioso, lunga vita ai Tool.