A Rock, pop, leggera, commerciale... o Popular Music?

Rock, pop, leggera, commerciale... o Popular Music?

Ci sono due tipi di musica: quella che si ascolta, quella che si suona.

Roland Barthes

Intervistatore: Lei definirebbe come World Music il genere musicale che suona?

Pat Metheny: Certo che sì, io suono musica di questo mondo!

Proviamo a fare chiarezza sulla questione musical-terminologica che ci trasciniamo da diverso tempo. Pur essendo l’Italia un paese che ha prodotto una certa quantità di ricerche dedicate alla popular music il termine rimane ancora per molti versi un’entità oscura, così studiosi e semplici appassionati continuano a usare definizioni diversissime tra loro come musica leggera, popolare, commerciale, rock, pop e via dicendo pensando erroneamente che siano sostanzialmente sinonimi. Cerchiamo ripercorrere le tappe del dibattito concernente il concetto di popular music.

Intanto perchè mantenere il termine in inglese? Semplice: perchè la sua traduzione italiana è fuorviante e pericolosa. Come ricorda infatti Dave Laing l’aggettivo “popolare” e il suo corrispettivo inglese popular non significano solo “del” popolo, ma anche “fatto per”, “adatto al”, “che piace al” popolo. Invece in Italia si è intesa come “musica popolare” per lo più la musica di tradizione orale, la musica folklorica, in generale la musica in qualche modo estranea (o considerata tale) all’industria dello spettacolo moderna. Di conseguenza per ciò che gli anglosassoni chiamano popular music in Italia si sono cercati i nomi più svariati e fantasiosi, tra cui proposte serie come “musica di massa” e “musica dei mass-media”, in ossequio all’importanza riconosciuta ai sistemi mediatici nella diffusione di tali musiche che si cerca di definire.

D’altronde la cultura dell’uomo contemporaneo è profondamente influenzata (in una maniera che talvolta assume un aspetto schiacciante e asfissiante) dalla potenza di tiro dei moderni media. Lo era nel ‘900 sia nei peggiori incubi letterari (il 1984 orwelliano) che nella cruda realtà dei sistemi totalitari. Vivere nell’Occidente democratico e libertario non deve per questo far pensare che l’individuo goda di una maggiore libertà e indipendenza culturale rispetto ai media e a chi li controlla. Ci basti sottolineare che la musica occupa un posto di rilievo nei media (esclusi quelli cartacei, per ora ancora incapaci di esprimersi oralmente, in attesa di ulteriori innovazioni tecnologiche; e ciò nonostante rimane il fatto che anche sui giornali si scrive molto di musica) e quindi, essendo la nostra cultura profondamente influenzata dall’azione più o meno diretta dei media, la musica occupa un posto di rilievo nella vita di ogni individuo, che questo lo voglia o no. Philip Tagg esprime al meglio questa situazione quanto afferma che “il suono non verbale, inclusa la musica, occupa una posizione centrale all’interno della società industriale”. Ne consegue quindi che la nostra cultura, ovunque sempre più satura di suoni, è una cultura certamente dominata dalla musica. È questo in fondo un aspetto caratterizzante la condizione postmoderna, vista la molto più limitata diffusione della musica (in generale di ogni arte e svago) presente nelle società pre-industriali. Una contingenza riassunta esemplarmente da Tagg quando fa notare in maniera forse preoccupata che sua figlia di dodici anni ha probabilmente ascoltato più musica di quanta ne abbia mai ascoltata suo nonno nel corso della sua intera esistenza.

Eppure tale posizione privilegiata della musica nella nostra società non corrisponde a quella che viene assegnata al suo studio nell’ambito della scuola e dell’università. Non mi limito a considerare solo la popular music ma la musica tutta, la quale negli studi accademici e negli insegnamenti didattici spesso si restringe alla musica classica, mancando più o meno volutamente nella maggior parte dei casi l’impatto con l’avvento della popular music.

Ovviamente la musica classica va illustrata e andrebbe conosciuta dagli stessi studiosi della popular music, anche solo per comprendere come la cultura musicale europea e nordamericana sia stata profondamente influenzata da essa, soprattutto per l’affermazione estetica del dualismo melodia-accompagnamento, strumento comune fondamentale per comprendere il significato musicale di Haydn ieri, degli AC/DC oggi.

Ripetiamo: l’Italia da questo punto di vista ha fatto e sta facendo molto, mostrando nell’ultimo cinquantennio un ruolo critico e riflessivo di primo piano negli studi sulla popular music. Rimane lo scoglio non indifferente dell’accettazione da parte della società non solo della chiarezza normativa e semantica del termine popular music (e magari di una sua traduzione italiana accettata univocamente dal settore scientifico-musicale) ma anche della necessità di uscire da quel razzismo musicale latente e spesso interiorizzato per cui si considera questa produzione musicale come leggera, commerciale, effimero prodotto industriale non artistico. La popular music non è fatta solo di canzonette, ma quanto risulta difficile smontare un luogo comune cui per decenni hanno contribuito alla diffusione intellettuali e personalità di tutti i tipi e gradi (e tra essi non possiamo non citare il più importante di tutti: Adorno). Dice bene Gianni Sibilla quando ricorda che “di questa musica si parla poco, e soprattutto a sproposito”.

Ma che cos’è allora la popular music? In realtà non esiste una definizione precisa, in quanto attorno al termine sono ruotati diversi significati che Birrer ha provato a riassumere in quattro categorie principali, che possono esistere di per sé o combinate tra loro. Ne sono derivate definizioni di tipo normativo (musica di tipo inferiore), negativo (musica che non sia qualche altro genere di musica, sia essa folk o “seria”), sociologico (musica connessa ad un particolare gruppo sociale), tecnologico-economico (musica diffusa dai mass-media e/o in un mercato di massa).

Richard Middleton osserva giustamente come ogni categoria sia di per sé insufficiente e incompleta (talvolta perfino errata concettualmente) e concentra l’attenzione sui due approcci più recenti e dibattuti nei riguardi della popular music: il primo, di tipo positivista, concentrerebbe l’attenzione sull’aspetto quantitativo di “popular” con una particolare attenzione alle musiche diffuse dai mezzi di comunicazione di massa; il secondo, di tipo essenzialista ontologico, distingue tra musica prodotta dall’alto o dal basso, e studia i rapporti tra mercato, media e autonomia culturale popolare. Middleton riconosce maggiore meriti al secondo approccio, pur evidenziandone dei limiti di fondo, ma in definitiva rifiuta una definizione rigida per la popular music, in quanto “il suo contenuto non può essere considerato assoluto”. Riconosce anzi alla popular music la caratteristica strutturale di essere un fenomeno mutevole all’interno dell’intero campo musicale. Un campo, per l’appunto, mai immobile ma in perenne movimento.

Le conclusioni di Middleton sono senz’altro condivisibili in linea teorica, eppure si può ribaltare il problema, accettando sì di non definire in maniera ultima il concetto di popular music, ma quanto meno di provare a inquadrarlo in maniera circostanziata per la nostra epoca attuale.

Sibilla ha ripreso recentemente la questione, evidenziando come in Italia la definizione accademica di popular music sia stata per lo più tradotta con “musica leggera”, una definizione inaccettabile per diversi motivi.

Affrontando la questione terminologica Sibilla descrive giustamente le nozioni di “musica rock” e “musica pop” come eccessivamente specifiche e connotate ideologicamente (inteso non necessariamente in senso politico ma filosofico e retorico), tanto più che nel momento di dover scegliere una definizione per il suo lavoro (I linguaggi della musica pop) accetta quella di “musica pop” ridefinendone il significato: non un mero prodotto di consumo, né un genere contrapposto da un lato alla canzone dei cantautori dall’altro alla musica leggera di stampo tradizionale bensì pop come abbreviazione di popular. Un termine quello della musica pop che pur presentando “tratti produttivi, sociali e storici almeno parzialmente comuni […] indica un campo più ristretto e definito rispetto a quello di popular music.” La musica pop sarebbe quindi “contraddistinta da alcuni aspetti specifici che riguardano il periodo storico di produzione, le forme testuali e linguistiche, gli attori sociali coinvolti, il modo in cui essi costruiscono la propria identità e, soprattutto, il rapporto con i mezzi di comunicazione di massa. In altre parole, la musica pop è un macrogenere musicale contemporaneo che ricomprende tutti i sottogeneri specifici della canzone popolare sviluppatisi a partire dall’avvento del rock’n’roll, contraddistinti dalla diffusione intermediale su supporti fonografici e mezzi di comunicazione.

Una restrizione del campo che risolve così alcuni problemi di fondo della popular music, legittimando l’esclusione di generi nati precedentemente il rock’n’roll (tra cui il jazz e tendenzialmente anche il blues, oltre ovviamente alla classica, e alle musiche etniche e tradizionali) ma attenzione: non esclusione completa, ma solo nelle modalità di produzione cronologicamente precedenti all’avvento del rock’n’roll (la cui data di nascita è generalmente l’inizio degli anni ’50). Si presume quindi che in questa macrocategoria del pop vengano comprese le esperienze moderne, quali ad esempio quelle di virtuosi del free jazz come Albert Ayler, di compositori sperimentali come Pierre Boulez e paradossalmente perfino un possibile disco di successo registrato da un coro tradizionale all’opera con composizioni di origine pre-industriale.

Insomma, i dubbi rimangono e nonostante l'etichetta popular music sembri la migliore possibile la questione terminologica rimane aperta. Cercate di riuscire a dormirci sopra stanotte...

Caratteri ribaditi più volte dagli studiosi affinché si possa parlare di popular music:

-presenza di un polo produttivo industriale

-diffusione della musica in maniera commerciale all’interno di una società mediatica

-inizio cronologico con il fenomeno del rock’n’roll (inizio anni '50)

(estratto rimaneggiato tratto da "Popular Music Politica. Un'analisi storico-sociale sul contesto italiano")

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Peasyfloyd, autore, alle 18:13 del 14 ottobre 2010 ha scritto:

beh prima di poterlo comprare dovrei trovare qualcuno che lo voglia pubblicare eheh

Peasyfloyd, autore, alle 18:24 del 14 ottobre 2010 ha scritto:

eh in effetti non lo è. Ho messo quella immagine per dare l'idea dell'argomento anche se in effetti parlo anche di altre cose e autori. In effetti mi rendo conto che lì per lì può essere fuorviante la cosa. No cmq questo è un estratto della mia tesi di laurea. Poi sicuramente prendo spunto da molte cose del libro di Middleton, che tra l'altro è bellissimo e lo consiglio a tutti!

attilio recupero alle 21:46 del 18 luglio 2011 ha scritto:

Rock, pop, leggera, commerciale... o Popular Music?

Certo, è un argomento dibattuto da anni e da molti. anche la definizione "Musica classica" lo è. Comunque qualsiasi musica è commerciale, per il fatto stesso che ne veniamo a conoscenza. Sono commerciali Pupo come i Pink Floyd. Popular music è stato codificato da una trentina d'anni e sino a quando non ne indicheranno uno migliore questo va bene nell'insieme.