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Guilt By Association
Vi sarà successo, girando per la rete, di incappare in cover un po’ inquietanti per i benpensanti dell’indie rock: i R.E.M. alle prese con I Will Survive, i Muse lanciati sulle note I Can’t Take My Eyes Off You e persino Richard Thompson che reinterpreta a testa alta Oops!... I Did It Again di Britney Spears.
La stessa cosa dev’essere capitata anche ai tizi della Engine Room Recordings, che però hanno deciso, a quanto pare di non limitarsi ad ascoltare, ma hanno pensato bene di organizzare quello che si preannunciava da mesi come il concept più esilarante dell’anno.
L’idea è semplice: i nomi tutelari dell’indie rock e dell’indie pop svelano i loro ascolti più segreti (e impensabili) e si impegnano a coverizzarli. Tra gli interpreti troviamo gente come Jim O’Rourke, Will Oldham, Devendra Banhart, Geoff Farina e Mike Watt, tra gli “interpretati” figurano, tra gli altri, Take That, Spice Girls, Mariah Carey e Shania Twain. Il diavolo e l’acqua santa, insomma.
Il risultato, aldilà dei presupposti evidentemente goliardici, assume quasi le sembianze di un esperimento in provetta: perchè si scopre , o meglio si ha la conferma, una volta di più, che la natura “commerciale” (sempre che questo termine significhi ancora qualcosa) di un pezzo risiede quasi unicamente nell’interpretazione e nell’arrangiamento del pezzo stesso. Certo, nonostante gli sforzi ammirevoli di Jim O’Rourke il refrain di Viva Forever rimane una delle cose più orrende mai udite da orecchio umano e se in un disco dei Butterflies Of Love incappassimo nel miele di From This Moment On ci troveremmo, nostro malgrado, a digrignare un pò i denti.
Resta il fatto che questo resta, al 90% un disco indie: si ascolti l’interpretazione strascicata dei Luna di Straight Up (Paula Abdul), il sound ruspante di Just Like Jesse James (Cher) ad opera dei Mooney Suzuki o la magia fulgida di cui Geoff Farina ricopre Two Tickets To Paradise di Eddie Money.
Le cose migliori arrivano comunque, inevitabilmente, quando gli artisti si cimentano con pezzi che, lungi dal rientare nella categoria del pop da classifica, si collocano all’estremità opposta dello spettro sonoro normalmente battuto: Devendra che “Bahnartizza” (o Banhart che “Devendrizza”, se preferite) gli Oasis di Don’t Look Back In Anger ed una Chop Suey (System Of A Down) che si fa commovente per mano di Casey Shea, tanto per citare i due esempi milgliori.
La faccenda si fa d’altra parte piuttosto imbarazzante quando le cover, sorprendentemente, scivolano un gradino sotto l’originale: un pò irritante la spocchia dei Concretes alle prese con Back For Good, decisi a ricercare la trasfigurazione indie pop del pezzo stonicchiando qua e là il ritornello o la cover di Say My Name delle Destiny’s Child da parte dei Superchunk, che onestamente risulta un pastiche di rockettino che fa sembrare l’originale un capolavoro del pop. E qualcuno ci deve spiegare che cosa avrebbe di differente dall’originale la versione di Love’s Theme ad opera della Woodrow Jackson Orchestra. Dettagli, direte voi, ma anche il sintomo di uno snobismo in ambito indie che a volte da fastidio.
Quello che ci resta tra le mani, tirate le somme, un’opera con i suoi alti e bassi: poteva essere un disastro, ma poteva anche andare decisamente meglio.
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